Eneide libro IV traduzione letterale 520-583

“Nox erat et placidum […] et caerula verrunt”

Eneide di Virgilio, libro IV traduzione letterale della parte immediatamente precedente alla tragica fine della regina Didone. Enea indugia ancora nella terra Cartaginese e ancora una volta è un Dio ad ammonirlo di partire in fretta, per scampare alle ire dell’amante tradita e per non ritardare ulteriormente l’arrivo nel Lazio.

Eneide libro IV traduzione letterale:

L’ultima notte di Didone

Era la notte e i corpi stanchi godevano di un sereno riposo
sulla terra e le selve e le acque furiose stavano quiete,
quando le stelle si voltano indietro a metà del loro corso,
v. 525 quando tace ogni campo, e le greggi e gli uccelli variopinti

e tutte [le creature] che abitano le larghe distese d’acqua e le campagne irte di cespugli;
raccolte nel sotto sotto la notte silenziosa
calmavano le pene e i cuori dimentichi delle fatiche.
Ma non [così] la Fenicia infelice nell’animo, e mai
v. 530 si lascia andare al sonno o negli occhi o nel cuore

accoglie la quiete: raddoppiano gli affanni e di nuovo risorgendo
infuria la passione e fluttua in grandi tempeste d’ira (lett. in grande tempesta di ire).
Perciò dunque persiste e così fra sé rimugina nel suo cuore:
“E ora che posso fare? (lett. che faccio?) Di nuovo, derisa, tenterò i pretendenti di un tempo
v. 535 e richiederò supplice i matrimoni dei Nomadi

che io molte volte già rifiutai come mariti?
Oppure seguirò le navi troiane e i più umilianti ordini dei Teucri?
Forse poiché a loro è gradito essere stati aiutati un tempo
e presso loro memori c’è la gratitudine per l’antico beneficio?
v. 540 E ammesso che lo voglia, chi me lo permetterà e mi accoglierò

odiata sulle navi superbe? Ahime, sventurata tu non sai,
non ti accorgi ancora della perfidia della stirpe di Laomedonte?
E poi? Sola accompagnerò nella partenza i marinai esultanti,
o attorniata dai Tirii e da tutta la folla dei miei (endiadi: da tutta la folla dei miei Tirii)
v. 545 mii muoverò e quelli che a stento ho salvato dalla città Sidonia

di nuovo li condurrò per il mare e ordinerò di affidare le vele ai venti?
Piuttosto muori, come ti sei meritata, e allontana il dolore col ferro.
Tu, o sorella, vinta dalle mie lacrime, tu per prima opprimi me impazzita
con questi mali e mi abbandoni al nemico.
v. 550 Non ho saputo vivere la vita priva delle nozze o senza colpa,

secondo l’usanza di una bestia, né non toccare simili affanni.
Non ho mantenuto la fedeltà promessa alle ceneri di Sicheo”.
Così forti lamenti ella emetteva dal suo cuore.

Il secondo monito degli Dei

Enea sull’alta poppa, già deciso di partire,
v. 555 dormiva essendo le cose ormai preparate a dovere.

A lui la visione del dio che ritornava con lo stesso aspetto
si presentò nei sogni e di nuovo gli sembrò che così lo ammonisse,
in tutto simile a Mercurio, nella voce e nel colorito,
e nei biondi capelli e nelle membra splendenti per la giovinezza:
v. 560 “O figlio della dea, riesci a dormire in una tale circostanza

e non vedi i pericoli che ti stanno intorno d’ora in poi (deinde),
folle, e non senti i venti soffiare favorevoli?
Quella medita nel cuore inganni e un crudele delitto,
decisa a morire, e solleva varie tempeste d’ira.
v. 565 Non fuggi veloce da qui finché hai la facoltà di affrettarti?

Ben presto vedrai il mare essere riempito dalle navi e
risplendere crudeli fiaccole, ben presto [vedrai] la spiaggia brulicar di fiamme,
se l’Aurora ti avrà trovato ancora indugiante in queste terre.
Orsù, vai, rompi gli indugi; la donna è una cosa sempre incostante e mutevole”.
v. 570 Dopo aver così parlato, si mescolò alla notte neraa.

Allora sì che Enea atterrito dalla visione improvvisa (lett. dalle improvvise ombre)
scuote il corpo dal sonno e incalza i compagni:
“Svelti svegliatevi, o uomini e prendete posto ai remi;
sciogliete veloci le vele. Un Dio inviato dall’alto cielo
v. 575 ecco che di nuovo ci spinge ad affrettare la partenza e a tagliare le funi ritorte.

Ti seguiamo, o Dio santo, chiunque tu sia, e di nuovo obbediamo felici al tuo ordine.
Oh assistici e aiutaci benigno e porta nel cielo
stelle favorevoli. [Così] disse ed estrae dal fodero la spada
v. 580 fulminea e, impugnato il ferro, taglia gli ormeggi.

Il medesimo entusiasmo prende tutti insieme, e levano le ancore e fuggono:
abbandonato la spiaggia, sparisce sotto le navi il mare,
a tutta forza fanno volteggiare le schiume e solcano il mare ceruleo.

Vai a libro IV traduzione letterale dei versi 584-705

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