Eneide libro IV traduzione letterale

Eneide IV libro traduzione letterale vv. 173-280

Gennaio 26th, 2016 Posted by IV Eneide traduzione, Letteratura latina 0 thoughts on “Eneide IV libro traduzione letterale vv. 173-280”

Eneide IV libro traduzione letterale vv. 173-280

Eneide IV libro traduzione letterale e fedeli al testo. In questi versi assistiamo alla rappresentazione della malvagia Fama che, viaggiando di bocca in bocca, riporta per le terre la notizia degli amori di Didone ed Enea.
Subito essa accresce e avvelena gli avvenimenti, tanto da suscitare l’ira del potente re Iarba, il pretendente di Didone che si era visto da lei respinto in passato.
Quando anche Giove volge gli occhi agli amanti dimentichi di fama migliore, non resta che affidare a Mercurio il compito di redarguire Enea e svegliarlo dal suo torpore

Eneide IV libro traduzione:

L’orrendo mostro della Fama:

Subito la Fama vaga per le grandi città della Libia,
la Fama, un male di cui nessun altro è più veloce:
v. 175 si accresce col movimento, acquisisce forze con l’andare;

dapprima piccola per paura, poi si innalza nel’aria,
procede sul suolo e nasconde il capo tra le nubi.
La madre Terra -come raccontano- mossa dall’ira contro gli dei,
la creò per ultima come sorella a Ceo ed Encelado
v. 180 veloce nei piedi e dalle rapide ali,

un mostro orrendo, smisurato, che tante piume ha sul corpo,
altrettanti occhi ha sotto (incredibile a dirsi),
tante lingue, così tante bocche risuonano, altrettante orecchie tiene aperte.
Di notte vola in mezzo tra il cielo e la terra attraverso l’ombra,
v. 185 stridendo e non chiude gli occhi al dolce sonno

di giorno siede vigilante (= a spiare) o sulla sommità di una casa
o su alte torri e spaventa grandi città,
tenace annunciatrice tanto del vero quanto del malvagio falso (endiadi)
Questa allora riempiva i popoli di infinite chiacchiere:
v. 190 che era venuto Enea, disceso da sangue troiano,

al quale la bella Didone non disdegnava di congiungersi come a un marito;
che adesso trascorrevano l’inverno, per quanto era lungo, insieme nella lussuria
immemori dei regni e travolti da una vergognosa passione.
v. 195 Queste cose la brutta dea diffonde dappertutto sulle bocche degli uomini.

La notizia degli amori di Enea e Didone giunge anche al re Iarba:

Subito volge il suo corso verso il re Iarba
e ne incendia l’animo con le parole e ne accresce l’ira.
Costui, generato da Ammone e dalla ninfa Garamantide rapita
pose cento enormi templi a Giove nei suoi grandi regni,
v. 200 cento altari e aveva consacrato un fuoco inestinguibile,

sentinella eterna degli dei, e il suolo era grasso per il sangue delle vittime
e le soglie erano fiorenti di ghirlande variopinte.
E lui sconvolto nella mente e sdegnato dalla spiacevole notizia
si dice che davanti agli altari, in mezzo alle statue degli dei,
v. 205 molte volte abbia pregato Giove, supplice, con le mani alzate:

“Oh Giove onnipotente, a cui adesso il popolo Mauritano
dopo aver banchettato su letti ricamati versa l’offerta di Bacco,
tu vedi queste cose? o forte, o padre, quando lanci i tuoi fulmini,
invano ti temiamo, [quando] cieche folgori nel cielo
v. 210 atterriscono gli animi e provocano vani rimbombi?

Una donna, che, errante nei nostri territori,
ha costruito una esigua città a pagamento, a cui ho dato una terra da arare
e autorità sul luogo, ha rifiutato le nozze con me
e ha accolto Enea nel suo regno come signore.
v. 215 E adesso quel Paride, con la sua schiera di mezziuomini,

cinto dalla mitra Meonia nel mento e nella chioma stillante [di unguenti]
si gode il furto; e sì che noi portiamo doni ai tuoi templi
e alimentiamo una fama vana”.

La preghiera del re arriva alle orecchie di Giove:

Giove onnipotente udì lui che pregava con queste parole e toccava gli altari
v. 220 e volse gli occhi alle mura

regie e agli amanti dimentiche di una fama migliore.
Allora così si rivolge a Mercurio e invia tali [ordini]:
“Vai, orsù, figlio, chiama gli zefiri e scendi con le ali
e al capo Dardanide, che ora nella tiria Cartagine
v. 225 indugia e non si rivolge alle città date dai fati,

rivolgiti e porta i miei ordini veloce attraverso il cielo.
Non così lo promise a noi la bellissima madre (= Venere),
e  non per questo lo salvò due volte dalle armi dei Greci;
ma [promise] che sarebbe stato colui che avrebbe retto l’Italia fertile di popoli dominatori e fremente di guerra,
v. 230 e che avrebbe propagato la stirpe [discesa] dal nobile sangue di Teucro

e avrebbe sottomesso il mondo intero alle sue leggi.
Se non lo accende la gloria di così grandi imprese
e non affronta in prima persona la fatica per il suo prestigio,
vuole forse negare ad Ascanio, lui che è padre, le rocche romane?
v. 235 Che cosa progetta? O con quale speranza indugia tra gente nemica

e non bada alla discendenza ausonia e ai campi di Lavinio?
Navighi; questo è l’essenziale. Questo sia il nostro messaggio”.
Così aveva detto. Quello (= Mercurio) si preparava ad obbedire all’ordine del grande padre,
e per prima cosa allaccia ai piedi i calzari
v. 240 dorati, che con le ali in alto sopra l’acqua

o sopra le terre lo portano insieme al rapido soffio del vento.
Poi prende la verga; con questa egli richiama dall’Orco le anime
pallide, altre le invia al triste Tartaro,
dà e toglie il sonno e riapre gli occhi dei morti (lett. dalla morte).
v. 245 Fidando in quella conduce i venti e attraversa le nubi

tempestose. E già volando scorge la vetta e i fianchi scoscesi
del duro Atlante, che regge il cielo con il capo,
di Atlante, il cui capo, folto di pini, cinto costantemente da nere nubi
è battuto dal vento e dalla pioggia;
v.  250 Neve diffusa gli copre le spalle; inoltre dei ruscelli

scendono giù dal mento del vecchio e la barba ispida si indurisce per il gelo.
Qui dapprima, librandosi con le ali spiegate, il Cillenio
si fermò; da qui a testa in giù con l’intero corpo verso le onde
si lanciò, simile a un uccello, che intorno alle spiagge, intorno
v. 255 agli scogli pescosi vola basso sul pelo dell’acqua.

Non diversamente, a metà tra cielo e terra, volava
verso la spiaggia renosa della Libia e solcava i venti
il figlio nato sul Cillene, provenendo dall’avo materno.
Non appena toccò le capanne con i piedi alati ,
v. 260 vide Enea che costruiva rocche e costruiva nuove dimore

e aveva la spada scintillante di fulvo diaspro
e ardeva un mantello di porpora tiria,
scendendogli dalle spalle, doni che la ricca Didone
gli aveva fatto e aveva trapunto i tessuti con sottile oro.
v. 265 Subito lo assale: “Tu adesso poni

le fondamenta dell’alta Cartagine, e costruisci una bella città, schiavo della moglie,
ahimé dimentico del regno e delle tue imprese?
il re degli dei in persona mi invia a te dal luminoso Olimpo,
colui che con la sua autorità muove il cielo e la terra;
v. 270 lui stesso mi ordina di riportare questi ordini veloce attraverso l’aria:

Cosa progetti? O con quale speranza consumi il tempo in terre libiche?
Se non ti muove la gloria di tanto grandi imprese
[né affronti su di te la fatica per il tuo prestigio],
guarda almeno ad Ascanio che cresce e alla speranza nell’erede Iulo/ dell’erede Iulo.
v. 275 a cui spettano il regno d’Italia e la terra romana”.

Dopo aver parlato con tale volto, il Cillenio
lasciò l’aspetto mortale a metà del discorso
e svanì lontano dagli occhi nell’aria leggera.

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