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Les temples e le royaume: la metafora dell’avventura ne La voie royale

marzo 27th, 2017 Posted by Analisi e saggi critici, Risorse di... 0 thoughts on “Les temples e le royaume: la metafora dell’avventura ne La voie royale”

Les temples e le royaumela metafora dell’avventura ne La voie royale

a cura di Elisabetta Marcheschi

La voie royale (1930), romanzo scritto da André Malraux, riproduce, all’interno del suo microrganismo, la macrostruttura tematica e culturale – segnata dalla perturbazione della trasmissione del modello tradizionale sia in direzione passato-presente, sia in direzione presente-futuro – che caratterizza la letteratura francese degli anni Trenta del Novecento. Infatti le due concezioni in cui si declina la questione dell’avventura nel testo possono prendere vita proprio a partire dalla constatazione di un tale turbamento storico.

In questa epopea della “mediocrità umana”, il personaggio di Claude riveste prevalentemente il ruolo di esponente della prima alterazione, quella che riguarda la propagazione della tradizione paterna. Infatti il giovane ventiseienne è descritto, fin dall’apertura del romanzo, come orfano di padre: quest’ultimo, rievocato per inciso soltanto in un breve passo, morì da valoroso in occasione della battaglia della Marna. La recisione con il modello del passato è confermata dalla vicinanza e dall’affetto che l’archeologo francese dimostra nei confronti del nonno che lo ha allevato, una figura che Claude paragona a quella del compagno danese: «Perken était de la famille des seuls hommes auxquels son grand-père […] se sentît lié. Lointaine parenté: même hostilité à l’égard des valeurs établies, même goût des actions des hommes lié à la conscience de leur vanité; mêmes refus, surtout». Pertanto il nonno del protagonista si rivela assai distante dal sistema di valori tradizionali: egli non rappresenta un legame con il modello dei padri, ma piuttosto appare animato da uno spirito anticonformista rispetto alla società dei benpensanti. La vicenda biografica di questo outsider, «fier […] de ses ancêtres corsaires perdus au fond de légendes et de son grand-père déchargeur de navires», rivela come l’istituzione borghese per eccellenza in cui fu coinvolto, quella del matrimonio, non si basò sulla comunione amorosa con la moglie e non significò la sua integrazione sociale; anzi ciò contribuì a incrementare il suo isolamento, la sua solitudine e la sua ostilità verso gli altri uomini. Allo stesso modo la fortuna della ditta Vannec non fu causata da un tentativo del nonno di Claude di inserirsi nel sistema borghese e capitalista attraverso il lavoro, ma dipese dalla sua volontà competitiva, tesa verso l’obiettivo di dimostrarsi migliore e superiore alla moglie:

Héritiers d’une tradition de travail, haȉssant tout romanesque, la rancœur […] ne se traduisit pas par des conflits: ils firent dans leur vie la part d’une hostilité tacite, comme, infirmes, ils eussent fait la part de leur infirmité. Chacun, malhabile, à exprimer ses sentiments, pour prouver sa supériorité s’attacha au travail; l’un et l’autre trouvèrent là un refuge et une passion sournoise.

Così alla morte della sposa del signor Vannec, caduto il vero motivo del suo impegno professionale, fece eco il fallimento della società d’affari da lui diretta.

La madre stessa di Claude è presentata come una figura simile a quella del nonno paterno: in linea generale, «elle était, comme lui, séparée de la communauté des hommes qui demande tant d’acceptations stupides ou sournoises»; inoltre, a livello più specifico, la donna si era allontanata dal marito prima della morte di questi per condurre una vita in solitudine fino a quando fu accolta nella dimora dell’anziano Vannec. Proprio in virtù della misera condizione che la accomunava a quella del nonno di Claude, ella fu invitata a stabilirsi nell’abitazione del suocero: «Quelqu’un avec qui il pouvait vivre… Elle était ruinée, sinon pauvre». Inoltre la donna fu tormentata in modo morboso dal senso del decadimento del proprio corpo, marchio costante di un’esistenza che tende vanamente verso l’abisso della morte: «une femme abandonnée, obsédée par son âge jusqu’à la torture, certaine de sa déchéance, et qui considérait la vie avec une indifférence désespérée».

Dunque la tradizione su cui dovrebbe erigersi edipicamente la figura del giovane Claude, sia dal lato paterno sia da quello materno, appare inconsistente: le radici familiari del protagonista, piuttosto che trovare origine all’interno di solidi modelli dominanti, si collocano, mediante i personaggi del nonno e della madre, in direzione opposta e anti-borghese.

L’altro protagonista de La voie royale, Perken, impersona invece, attraverso le sue intime vicende passate, il secondo turbamento nella trasmissione del modello dominante, orientato questa volta verso il futuro, verso il mondo dei figli. Infatti quest’uomo, ormai non più giovane, ha occasione di raccontare a Claude la fine della sua relazione sentimentale con Sarah, motivata dalla presa di coscienza da parte della compagna della propria decadenza fisica; quest’ultima costituisce infatti un lento presagio della morte ineluttabile sotto il cui segno si inscrive la vita. Lo stesso senso di vanità era stato sperimentato dalla madre dell’archeologo francese.

Vous ne soupçonnez pas ce que c’est que d’être prisonnier de sa propre vie: je n’ai commencé à le deviner, moi, que lorsque nous nous sommes séparés, Sarah et moi. […] Une femme qui connaissait la vie, mais pas la mort. Un jour elle a vu que sa vie avait pris une forme: la mienne, que son destin était là et non ailleurs, et elle a commencé à me regarder avec autant de haine que sa glace. […] Toutes ses anciennes espérances de femme jeune se sont mises à miner sa vie comme une syphilis attrapée dans l’adolescence – et la mienne par contagion…

Il termine del rapporto con Sarah rappresenta, per Perken, la fine della possibilità di lasciare in eredità le proprie speranze alla generazione successiva, metonimicamente indicata dai figli: «Et quand on n’a pas d’enfants, quand on n’a pas voulu d’enfants, l’espoir est invendable, on ne peut le donner à personne et il s’agit bien de le tuer soi-même». Pertanto l’ormai anziano avventuriero danese è caratterizzato dai tratti riconducibili al tipo letterario del “célibataire”, colui che non ha contribuito all’edificazione di una società attraverso l’atto di procreazione: l’azione sessuale è infatti simbolo non soltanto dell’accettazione di un sistema di valori, ma anche della volontà di partecipare attivamente alla costituzione del sistema stesso.

Sia Claude che Perken, dunque, rappresentano due figure di “deracinés” dal momento che manifestano la loro estraneità rispetto alla società dominante, evitando di integrarsi all’interno delle istituzioni tradizionali a livello, rispettivamente, dell’orizzonte dei padri e dei figli: si deve inoltre sottolineare come i due universi siano strettamente legati tra loro dal momento che, soltanto a partire dall’accettazione di un’eredità passata, è possibile trasmettere dei valori alla generazione che segue. Lo stesso rapporto tra il giovane francese e l’anziano danese non si configura nei termini di una relazione di tipo filiale-paterna: la simpatia reciproca e l’affinità tra i due personaggi è dettata proprio dalla loro condizione di sradicati dal terreno culturale borghese. A questo proposito, appaiono significative le prime impressioni relative al compagno di viaggio che Claude avverte a bordo del piroscafo; sono tali sensazioni a spingere il francese ad avvicinarsi al “Chang”, a “l’éléphant”:

La familiarité née de leur rencontre à Djibouti […] ne le délivrait pas de la curiosité angoissée qui le poussait vers lui comme s’il eût prophétiquement vu son propre destin: vers la lutte de celui qui n’a pas voulu vivre dans la communauté des hommes, lorsque l’âge commence à l’atteindre et qu’il est seul.

 

L’aspetto che accomuna intimamente i due personaggi, e grazie al quale essi intuiscono la loro profonda somiglianza, consiste nella volontà di ribellarsi e di reagire alla mediocrità della vita umana, una condizione accettata invece passivamente dalla società borghese. Tale consapevolezza  metafisica scaturisce dall’assurdità dell’esistenza in quanto dominata dall’alone costante della “déchéance”: il progressivo disfacimento del corpo è il sintomo materiale dell’assenza di una finalità esistenziale, poiché tutte le azioni umane hanno come esito imprescindibile l’incontro con la morte. A conferma dell’affinità dei due protagonisti, si può rilevare come l’esperienza del decadimento appartenga indirettamente, ma radicalmente, al passato di entrambi: infatti essa è conosciuta da Claude mediante la figura della madre, dunque al livello della tradizione dei padri; mentre è rievocata da Perken tramite il personaggio di Sarah, simbolo potenziale del piano dei figli. La decomposizione fisica è, pertanto, l’effetto sintomatico del trascorrere vorticoso del tempo, del «destin limité, irréfutable, qui tombe sur vous comme un règlement sur un prisonnier»: il fato umano consiste ne «la certitude que vous serez cela et pas autre chose, que vous aurez été cela et pas autre chose, que ce que vous n’avez pas eu, vous ne l’aurez jamais». La morte altro non è che la conferma ultima di un’esistenza condotta inutilmente – «la mort est là […] comme… comme l’irréfutable preuve de l’absurdité de la vie…». Pertanto essere uomo equivale ad essere sopraffatti dalla progressiva consapevolezza della disperazione universale derivante dall’avanzare di un tempo che ha in sé la decadenza e dal conseguente ridursi delle possibilità di essere «autre chose», di essere differente da come si è:

Vieillir, voilà, vieillir. Surtout lorsqu’on est séparé des autres. La déchéance. Ce qui pèse sur moi c’est – comment dire? ma condition d’homme: que je vieillisse, que cette chose atroce: le temps, se développe en moi comme un cancer, irrévocablement… Le temps, voilà.

 

Perken e Claude si distinguono dalla massa dei borghesi per il fatto di mostrarsi ben coscienti dell’insignificanza de La Condition humaine derivante, tra l’altro, dall’assenza di un fine superiore, propria dell’epoca successiva alla “morte di Dio” intesa in senso nietzchiano: «il y avait des hommes sur la terre, et ils croyaient à leurs passions, à leurs douleurs, à leur existence: insectes sous les feuilles, multitudes sous la voûte de la mort». Un’altra opposizione di cui si fanno portavoce i due protagonisti (Perken in modo maggiore data la sua età più avanzata) consiste nella differenza tra «être tué» e “mourir”: infatti «la mort […] c’est le contraire» rispetto all’“essere uccisi”. Ciò è motivato dal fatto che la morte non equivale a uno stato immutabile, ma corrisponde a un processo progressivo, al lento consumarsi dell’esistenza ad opera della decadenza temporale.

Al contrario degli uomini benpensanti che fingono di ignorare l’incombenza della morte, vale a dire «la voûte» che grava costantemente sopra di loro, i due personaggi de La voie royale, ammettendo la vanità della condizione esistenziale, possono dar luogo ad uno spirito di ribellione. Questa reazione edipica in direzione contraria, di tipo anticonformista, si esplicita nell’avventura: infatti l’esplorazione indocinese in cui i due si trovano comunemente coinvolti diviene il mezzo di riscatto di un’esistenza mediocre, un tentativo di concepire uno spazio di eccellenza in mezzo alla vanità della vita. In tal senso questo romanzo di Malraux si inscrive all’interno di quel filone letterario che comprende opere di autori che non si rassegnano dinanzi alla mediocrità umana, ma, assumendo su di loro “le Néant” in senso sartriano, cercano di inventarsi “l’Être”, un’identità autonoma che scaturisce dal concetto di libertà assoluta dell’individuo: «l’absence de finalité donnée à la vie était devenue une condition de l’action». Secondo questa linea devono essere lette le seguenti esclamazioni pronunciate da Perken: «mais d’accepter même de perdre ma mort m’a fait choisir ma vie» e «ce n’est pas pour mourir que je pense à ma mort, c’est pour vivre».

L’avventura corrisponde, dunque, all’«agir au lieu de rêver» con l’obiettivo di sottrarsi alla condizione di schiavitù in cui l’umano è costretto dal suo destino mortale: la dichiarazione «Je ne veux pas être soumis» equivale all’inno di libertà gridato dagli avventurieri.

“Ce qu’ils appellent l’aventure, pensait-il [Claude, NdR], n’est pas une fuite, c’est une chasse: l’ordre du monde ne se détruit pas au bénéfice du hasard, mais de la volonté d’en profiter”. […] Être tué, disparaître, peu lui importait: il ne tenait guère à lui-même, et il aurait ainsi trouvé son combat, à défaut de victoire. Mais accepter vivant la vanité de son existence, comme un cancer, vivre avec cette tiédeur de mort dans la main…  

 

Solo prendendo atto dell’«obsession de la mort» può sorgere la figura dell’avventuriero: «Tout aventurier est né d’un mythomane».

All’interno de La voie royale si intersecano almeno due declinazioni della concezione dell’avventura, da interpretare come possibilità di riscatto dalla mediocrità universale dell’esistenza: da una parte si colloca l’avventura archeologica di cui Claude è il maggior esponente; dall’altra, invece, quella politica, animata principalmente da Perken. Nel primo caso il tentativo di riportare alla luce l’antica via regia khmer può essere metaforicamente interpretato come uno sforzo volto alla ricerca delle proprie radici passate – simbolicamente rappresentate dai templi – compiuto dall’archeologo francese, vale a dire proprio da quel personaggio di cui, nel romanzo, si evidenzia maggiormente l’assenza di un ambiente familiare stabile. A questo proposito risultano significative le dichiarazioni pronunciate da Claude nello studio di Ramèges relativamente al valore dell’arte:

J’en viens donc à dire que la valeur essentielle accordée à l’artiste nous masque l’un des pôles de la vie de l’œuvre d’art: l’état de la civilisation qui la considère. On dirait qu’en art le temps n’existe pas. Ce qui m’intéresse, comprenez-vous, c’est la décomposition, la transformation de ces œuvres, leur vie la plus profonde, qui est faite de la mort des hommes. Toute œuvre d’art, en somme, tend à devenir mythe.

 

Viceversa, l’avventura politica intrapresa da Perken consiste nella creazione di uno Stato indipendente dal governo del Siam in territorio indocinese: il tentativo di fondare un regno autonomo, secondo un parallelismo simile al progetto messo in atto da Claude, può corrispondere alla volontà di dare origine a una futura generazione di figli che combatta la sterilità di Perken nel mondo borghese. L’organizzazione statale equivale alla possibilità di

exister dans un grand nombre d’hommes, et peut-être pour longtemps. Je veux laisser une cicatrice sur cette carte. Puisque je dois jouer contre ma mort, j’aime mieux jouer avec vingt tribus qu’avec un enfant… Je voulais cela comme mon père voulait la propriété de son voisin, comme je veux des femmes.

 

Come si può osservare dalla conclusione del passo appena citato, l’avventura e l’erotismo risultano strettamente legati: questa forte unione, non casualmente, appare ancora più presente all’interno del filone politico dell’azione avventurosa, di cui Perken è il portavoce. Infatti la donna è ridotta dall’esploratore danese a «l’autre sexe»: «non, ce ne sont pas des corps, ces femmes: ce sont des… des possibilités, oui. Et je veux…». Le figure femminile sono spersonalizzate e oggettualizzate, considerate come «des femmes», vale a dire alla stregua di una massa indistinta: analogamente all’avventura, la donna costituisce una solitaria possibilità di riscatto dalla mediocrità esistenziale, un mezzo attraverso cui misurare se stessi. Ciò appare evidente nella scena in cui Perken, venuto appena a conoscenza di essere prossimo alla morte, reagisce tentando un ultimo assalto alla decadenza: si tratta di un conflitto che si esplicita mediante l’erotismo e il possesso di una donna; del resto, «la lutte contre la déchéance se déchaînait en lui ainsi qu’une fureur sexuelle» aveva già esclamato il danese in una situazione di estremo pericolo, al momento della detenzione dei due avventurieri presso la tribù ribelle dei Moi.

L’air était suspendu comme si le temps se fût arrêté, comme si le tremblement des doigts de Perken eût seul vécu dans le silence soumis à l’immobilité asiatique de ce visage au nez courbe et fin. Ce n’était ni le désir, ni la fièvre, bien qu’il sentît à l’intensité de ce qui l’entourait qu’elle montait: c’était le tremblement du joueur.

 

Pertanto l’atto sessuale è estraneo allo spirito di comunione amorosa: si configura piuttosto come un’azione di dominio violento e di imposizione egoistica del sé sull’altro. Già all’inizio del romanzo Claude aveva rievocato la scena in cui Perken aveva preferito a una giovane ragazza sorridente, «l’autre […]. Au moins ça n’a pas l’air de l’amuser». Il piacere sessuale equivale, dunque, al piacere di sopraffazione dell’avventuriero. A conferma della vicinanza tra possesso della donna e possesso delle pietre, una sensazione provata non solo da Perken, ma anche da Claude, si consideri il seguente passo: «des coups répétés, de la perte de sa lucidité, un plaisir érotique montait».

Si deve notare come la possibilità dell’azione, corrispondente al recupero delle radici e alla fondazione di un regno dei figli, sia relegata al di fuori del mondo abituale e borghese, come ad indicare l’assenza di un riscatto all’interno della cultura europea. Dunque il luogo in cui può erigersi una risposta alla decadenza, nei termini dell’avventura, è quello esotico.

In realtà si tratta di una possibilità unicamente apparente poiché si assiste, nel corso del romanzo, al fallimento di entrambi i piani in cui si declina il tema: lo stesso decadimento che Claude e Perken avevano vissuto, rispettivamente, attraverso le figure della madre e della compagna, è riscontrato nei templi e nel regno. Infatti, nel primo caso, fin dall’inizio dell’esplorazione nella foresta indocinese, appare evidente, dapprima, la difficoltà di ritrovare bassorilievi, mentre, in seguito, la complessità di sottrarli al potere della foresta: «cette pierre était là, opiniâtre, être vivant, passif et capable de refus», al punto che la pietra sembra divenuta parte indistinguibile della vegetazione. Nel secondo caso, invece, l’agonia di Perken, che avviene al di fuori dei territori delle tribù a lui alleate, è accompagnata dai rumori che indicano l’avvicinarsi dei lavori di costruzione della ferrovia: si può così presagire che ben presto il governo siamese prenderà il potere all’interno della sua regione, con l’inevitabile conseguenza che «rien dans l’univers, jamais, ne compenserait plus ses souffrances passées ni ses souffrances présentes». A dominare, alla fine, è pertanto l’assurdità della vita, l’intrico della foresta: in altri termini l’incubo dell’“impuissance”.

Al termine del romanzo si intravede una possibilità di salvezza: essa consiste nella solidarietà tra gli uomini. Questa speranza si manifesta già con al decisione di Claude di abbandonare le pietre scolpite per aiutare il compagno moribondo nella sua avventura politica e diviene esemplare nel gesto finale compiuto dal francese nei confronti di Perken: «exprimer par les mains et les yeux, sinon par les paroles, cette fraternité désespérée qui le jetait hors de lui-même! Il l’étreignit aux épaules». Tuttavia questa comunanza è pessimisticamente negata, nell’ultima frase dell’opera, dalla reazione del danese, a cui Claude appare un «étranger comme un être d’un autre monde». Proprio verso il recupero di questa ultima possibilità, rifiutata in extremis all’interno de La voie royale, si svilupperà e si muoverà la produzione letteraria successiva di Malraux, in particolare il romanzo La Condition humaine.


BIBLIOGRAFIA

Testi

MALRAUX, André, La voie royale, Grasset, Paris 1972.

Saggi e studi

MACCHIA, Giovanni, COLESANTI, Massimo, GUARALDO, Enrico, MARCHI, Giovanni, RUBINO, Gianfranco, VIOLATO, Gabriella (a cura di), La letteratura francese. Il Novecento, Accademia, Milano 1987, vol. V, pp. 261-450.
PICON, Gaëtan, Malraux, Seuil, Paris 1974.

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