Eneide libro IV traduzione letterale

Eneide libro IV traduzione letterale 584-705

gennaio 31st, 2016 Posted by IV Eneide traduzione, Letteratura latina 0 thoughts on “Eneide libro IV traduzione letterale 584-705”

Eneide libro IV traduzione letterale 584-705

“Et iam prima novo […] in ventos vita recessit”

Eneide libro IV traduzione letterale 584-705, che descrivono la tragica fine della regina Didone.

Eneide libro IV traduzione letterale:

La maledizione di Didone:

E già l’Aurora nascente inondava a terra di nuva luce,
v. 585 lasciando il letto dorato di Titone.

La regina non appena dall’alta rocca vide albeggiare la prima luce
e la flotta procedere a vele spiegate
e si accorse che le coste e i porti erano vuoti, privi di rematori,
per tre e quattro volte percuotendosi il bel petto con la mano
v. 590 e strappandosi i biondi capelli, disse: “Per Giove! Se ne andrà

dunque questo straniero (advena) [dopo che] ha deriso il mio regno?
non appresteranno le armi e accorreranno da tutta la città
e trarranno altri le navi fuori dagli arsenali? Andte,
portate veloci le fiamme, distribuite le armi, fate forza sui remi!
v. 595 Che cosa dico o dove sono? Quale pazzia mi sconvolge la mente?

Sventurata Didone, adesso ti preoccupano le [tue] empie azioni?
Allora sarebbe convenuto, quando gli affidavi lo scettro (lett. scettri). Ecco la lealtà della sua destra (= promessa)!
ecco quello che dicono abbia portato con se i patrii penati,
che si sia caricato sulle spalle il padre sfinito per l’età!
v. 600 Non avrei potuto forse afferrare il corpo dopo averlo dilaniato e

gettarlo fra le onde? Non [avrei potuto] dilaniare col ferro i compagni, e lo stesso
Ascanio e servirlo da mangiare alla mensa del padre (lett. alle mense patrie)?
Certo l’esito della battaglia sarebbe stato incerto. E lo fosse stato pure:
chi avrei dovuto temere, io destinata a morire? Avrei portato i fuochi negli accampamenti [navali]
v. 605 e avrei riempito le tolde con le fiamme e avrei annientato il figlio e il padre

con la stirpe, e avrei gettato me stessa su quel [rogo].
O sole, che illumini con i tuoi raggi tutte le attività della terra (lett. delle terre),
e tu Giunone, mediatrice e consapevole di questi affanni
ed Ecate, invocata nei trivi di notte per le città,
v. 610 e Furie vendicatrici e dei di Elissa che muore,

accogliete queste [parole] e volgete la vostra giusta potenza contro i malvagi / contro i mali
e ascoltate le mie preghiere. Se è inevitabile che quell’essere infame (infandum caput)
tocchi i porti e raggiunga le terre
e così comandano i fati di Giove, questa meta è immutabile:
v. 615 ma, tormentato dalla guerra e dalle armi di un popolo superbo,

profugo dalle sue terre, privato dell’abbraccio di Iulo,
implori aiuto e veda l’ignominiosa strage (lett. indegni funerali) dei suoi;
né, quando si sarà sottoposto agli accordi di una pace umiliante,
goda del regno o dell’amabile luce,
v. 620 ma cada prima del tempo e [giaccia] insepolto in mezzo alla sabbia.

Questo prego, questa ultima preghiera verso con il mio sangue.
E poi voi, o Tirii, perseguitate con l’odio la stirpe e tutta la discendenza futura
e inviate questi doni alle mie ceneri.
Non ci sia nessuna concordia, né patti, tra i popoli.
v. 625 Sorgi dalle mie ossa, chiunque tu sia, o vendicatore,

e perseguita con il ferro e col fuoco i coloni dardanii,
ora, in futuro, in qualunque tempo se ne offriranno le forze.
Io prego che le sponde [siano] in guerra con le sponde, le onde con le onde,
le armi con le armi: combattano loro e i loro discendenti”.

I preparatavi alla morte:

v. 630 Disse queste cose e volgeva l’animo a ogni pensiero,

cercando di eliminare quanto prima l’odiata luce.
Allora brevemente si rivolse a Barce, la nutrice di Sicheo,
infatti una nera urna nell’antica patria teneva la sua [nutrice] :
“O cara nutrice, fai venire qui mia sorella Anna;
v. 635 dille che si affretti a cospargere il corpo di acqua corrente

e conduca con sé le vittime sacrificali e le offerte espiatorie prescritte.
Così venga, e anche tu stessa fascia le tempie con la sacra benda.
Ho in mente (est animus) di compiere i sacrifici a Give Stigio, che preparai avviati secondo il rito,
di porre fine agli affanni
v. 640 e di dare il rogo della testa Dardania alla fiamma (=di dar fuoco con le fiamme all’immagine del Troiano)”

Così disse. Quella affrettava il passo con la fretta dei vecchi (lett. da vecchia).

La morte di Didone: 

Ma Didone, tremante e sconvolta dai suoi atroci propositi,
roteando lo sguardo iniettato di sangue e chiazzate le guance frementi di macchie
e pallida per la morte imminente,
v. 645 fa irruzione nella parte più interna del palazzo e sale

furibonda gli alti scalini ed estrae la spada
dardania, un dono non richiesto per questo scopo.
Qui, dopo che vide le vesti troiane e il noto letto,
indugiando un po’ nelle lacrime e nel pensiero
v. 650 si gettò sul letto e disse queste parole estreme:

“O spoglie, care fino a che i fati e il dio me lo permettevano,
accogliete quest’anima e scioglietemi da questi affanni.
Ho vissuto e qualsiasi cammino la Sorte mi aveva dato l’ho percorso
e adesso una gloriosa immagine di me andrà sotto terra.
v. 655 Ho costruito una nobile città, ho visto [crescere] le mie mura,

vendicando mio marito ho punito mio fratello a me nemico:
felice, ahimé troppo felice, se soltanto
le navi dardanie non avessero mai toccato le nostre spiagge”.
Così disse e premendo la bocca sul letto gridò: “Morirò invendicata,
v. 660 ma devo morire. Sì, così mi piace discendere tra le ombre.

Raccolga (contempli) con gli occhi questo fuoco dal profondo [mare] il crudele
troiano e porti con sé i funesti presagi della mia morte”.
Così aveva detto e in mezzo a quelle parole
le ancelle la vedono caduta sulla spada e [vedono] la spada
v. 665 schiumante di sangue e le mani cosparse. Si alza un clamore

per le alte stanze; la Fama imperversa per la città sconvolta.
Le case echeggiano di lamenti, gemiti e grida femminili,
il cielo risuona di grande pianto,
come se, essendo entrati i nemici, l’intera Cartagine
v. 670 o l’antica Tiro cadessero e fiamme furiose

si propagassero per le case degli uomini e per [i templi] degli Dei.
Udì [la notizia] la sorella sconvolta e in una corsa affannosa,
lacerandosi le guance con le unghie e il petto con i pugni
corre in mezzo [alla gente] e chiama la morente per nome:
v. 675 “Questo fu quello [che meditavi], o sorella? Proprio me volevi ingannare?

Questo codesto rogo, questi fuochi e gli altari mi preparavano?
Che cosa lamenterò per primo, io abbandonata? Disprezzasti morendo
tua sorella come compagna? Almeno mi avessi chiamata alla medesima sorte:
Uno stesso dolore e uno stesso momento ci avrebbero portate via entrambe con il ferro.
v. 680 Con queste mani ho eretto [il rogo] e ho chiamato a gran voce

gli dei patrii, così da essere lontana mentre tu giacevi morta così, o crudele?
Hai annientato te e me, o sorella, e il popolo e i padri
sidonii e la tua città. Fate che io lavi le ferite con l’acqua corrente,
se qualche ultimo respiro aleggia ancora sopra di lei,
v. 685 lo raccoglierò con le labbra”. Così detto, aveva salito gli alti gradini

e abbracciandola stringeva al petto la sorella moribonda
con pianto (= piangendo) e asciugava con la veste il nero sangue.
Quella tentando di sollevare gli occhi pesanti, di nuovo
viene meno; profonda stride nel petto la ferita.
v. 690 Tre volte sollevandosi e facendo forza sul gomito tentò di alzarsi,

per tre volte ricadde sul letto e con occhi erranti
cercò la luce in cielo e gemette una volta trovata.
Allora Giunone onnipotente commiserando il lungo travaglio
e la difficile morte inviò Iride dall’Olimpo,
v. 695 che sciogliesse l’anima che esitava e le membra avvinte.

Infatti poiché non moriva per destino, né per morte meritata,
ma tragicamente prima del giorno e travolta da un’improvvisa follia,
ancora Proserpina non aveva strappato il biondo capello dal capo
e non aveva consacrato la sua vita all’Orco Stigio.
v. 700 Perciç Iride rugiadosa con le ali attraverso il cielo

traendosi dietro i mille colori sgargianti per il riflesso del sole,
vola dall’alto e si fermò sopra la sua testa: “Questo io
consacro a Dite, come mi hanno ordinato, e ti libero da codesto corpo”.
Così dice e con la destra taglia il capello e in un momento
v. 705 tutto il calore si dissolse e la vita volò via nell’aria.

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