“Becchin'amor!”. “Che vuo', falso tradito?”

Analisi del Sonetto XCVII: Egli è maggior miracol com’io vivo

novembre 7th, 2015 Posted by Analisi e saggi critici, Poesie, Rime di Cecco Angiolieri 0 thoughts on “Analisi del Sonetto XCVII: Egli è maggior miracol com’io vivo”

Analisi del Sonetto XCVII: Egli è maggior miracol com’io vivo

a cura di Silvia Ciampi


Sonetto: XCVII

Egli è maggior miracol com’io vivo

Egli è maggior miracol com’io vivo
cento milïa tanto, al me’ parere,
che non serìa veder un olivo
che non fosse innestato menar pere,

e che non serìa far bon un cattivo 5
sì agevolmente come si fa ‘l bere:

perch’ogni cosa dal mio cor è privo
così com’è l’om cieco del vedere.

Ma’ che m’aiuta un poco di speranza,
ché ho ‘l me’ cor più umel ca la seta, 10
già mille volte serìa sotterrato.

Ma qualunch’ora i’ ho più malenanza,
allor aspetto de la mia pianeta
che in ben per lei mi serà cambïato.

Questo sonetto, composto da Cecco Angiolieri, è conservato all’interno del solo codice Escorialense, che venne alla luce nel 1915. Per questo motivo non compare nelle due edizioni critiche dei sonetti di Cecco a cura di Massèra e di Giuliotti, che sono antecedenti a questa data.

Il tema affrontato in questi versi è lo stesso che ci viene presentato nei sonetti XCVI e XCVIII dell’edizione di riferimento a cura di Antonio Lanza. Dopo il gruppo di sonetti dedicati al lamento e alla disperazione a causa della povertà, abbiamo la prima vera reazione di Cecco che si fa portatore di sentimenti positivi quali la speranza e la fiducia per un avvenire migliore. La situazione in cui si trova a vivere il poeta non è certamente migliorata, come capiamo dai suoi versi, ma è cambiato radicalmente l’atteggiamento con cui si rapporta ad essa.

Il poeta esordisce con egli, un pronome pleonastico impersonale, che non è quindi il soggetto della frase, ma ha la funzione di reggere il costrutto è maggior miracolo. Cecco, infatti, afferma che, secondo lui1, è un miracolo centomila volte maggiore vivere come lui vive rispetto a vedere un olivo privo di innesto produrre2 pere e rispetto a vedere un cattivo diventare buono con la stessa facilità con cui si beve. Il motivo per cui si trova a vivere in questa situazione è dato dal fatto che ogni cosa è lontana dal suo cuore così com’è lontano l’uomo cieco nei confronti del vedere3. Se non fosse per quel poco di speranza che gli resta sarebbe già morto mille volte, dal momento che il suo cuore è più debole della seta. Ma ogni volta che si trova a convivere con la cattiva sorte, aspetta che la sua stella faccia sì che la malenanza, cioè la sfortuna, venga tramutata in bene.

La struttura del sonetto è tipica dello stile di Cecco Angiolieri, ricorre infatti in molti altri suoi componimenti. Le due terzine sono poste in contrapposizione con le due quartine. Il collegamento tra fronte e sirma è dato dal ma avversativo, posto all’inizio della prima terzina e presente anche all’inizio della seconda, quindi ci aspettiamo che la situazione presentata nelle due terzine contrasti con quanto detto nelle quartine.

Se analizziamo il sonetto verso per verso è possibile cogliere la perfetta organizzazione e la perfetta armonia tra le singole frasi; niente è lasciato al caso, ma ogni frase è strutturata in modo tale da conferire all’intero componimento un equilibrio compiuto. Nel primo distico Cecco ci presenta la propria condizione di vita, ci dice che è un miracolo che non sia ancora morto e immediatamente, grazie alla presenza di maggior, ci aspettiamo che questi due versi siano seguiti da una subordinata comparativa, due in questo caso; le due subordinate occupano quattro versi, due ciascuno. Quindi, per quanto riguarda la fronte, il discorso poetico procede attraverso distici. Questo meccanismo è infatti confermato dai due versi finali, con i quali Cecco ci spiega i motivi per cui, nonostante tutto, è ancora vivo. La struttura delle due quartine è, dunque, impeccabile. Dopo l’esordio del primo distico le due comparazioni servono per far capire meglio al lettore la situazione illustrata; successivamente il distico finale rappresenta una prima conclusione, che verrà poi smentita dalle terzine.

Le due comparative presentano una figura retorica molto cara al poeta: l’adynaton. Ai versi 3 e 4 ci troviamo di fronte all’immagine di un ulivo che produce pere, uno dei tanti eventi naturali straordinariamente miracolosi presenti all’interno di tutto il corpus angiolieresco. Cecco sottolinea con estrema precisione il fatto che l’albero sia privo di innesto; con l’innesto infatti l’ulivo avrebbe ipoteticamente potuto produrre pere e di conseguenza si sarebbe annullato il fatto miracoloso. Pertanto il poeta, attento ad ogni minimo dettaglio, elimina subito questa condizione per essere certo che l’immagine presentata sia davvero miracolosa.

L’adynaton che segue rappresenta un caso unico nella poetica di Cecco. Viene presentata l’immagine di un cattivo che diventa buono con la stessa facilità con cui si beve. Questo è l’unico caso di adynaton che non può essere compreso all’interno della categoria dell’impossibilità. Un cattivo che riesce a diventare buono non è un evento impossibile e miracoloso come un ulivo privo di innesto che produce pere. È un evento difficile, ma non impossibile e Cecco ne è consapevole. Forse l’impossibilità sta nel verso 6: è impossibile che un cattivo diventi buono con la stessa facilità con cui si beve. Quindi se ci fermassimo al verso 5 l’adynaton non potrebbe assolutamente far parte della categoria dell’impossibilia. Proseguendo nella lettura, invece, il margine di possibilità non si annulla del tutto ma diminuisce: è un evento quasi del tutto impossibile che un cattivo diventi buono con facilità. Nonostante ciò, questo adynaton resta comunque un caso unico che non trova simili tra i sonetti di Cecco Angiolieri.

L’ultimo distico della fronte rappresenta uno dei casi interpretativi più difficoltosi all’interno del corpus angiolieresco. Gli editori prima del Marti leggevano i versi 7 e 8 seguendo la lezione del codice Escorialense:

per ch’ogni cosa ‘l dà, ‘l mio cor è privo

così com’è l’om cieco del vedere.

Parafrasando: “e ciò, perché ogni cosa che fa sì che avvenga il mio cuore ne è privo assolutamente”. In base a questa interpretazione il soggetto della frase è «miracol» che si trova nel primo verso. Mario Marti ritenne errata la lezione del codice e per primo corresse ‘l dà in dal:

perch’ogni cosa dal mio cor è privo

così com’è l’om cieco del vedere.

Intendendo: “perché ogni bene è lontano dal mio cuore così come il cieco nei confronti della vista”. Conferisce a «privo» il significato di “lontano”, caso abbastanza frequente nell’antico senese, e fa concordare questo vocabolo con il femminile «ogni cosa»4. Tutti gli editori a lui successivi, compreso il Lanza, accettarono questa correzione, tranne il Vitale, che continuò a ritenere giusta la lezione dell’Escorialense. Recentemente la proposta del Marti è stata criticata e considerata una forzatura da Menottti Stanghellini. Questo editore non è d’accordo sul far concordare il femminile «ogni cosa» con l’aggettivo maschile «privo». Inoltre ritiene forzato il significato di “lontano” attribuito a «privo», che, secondo Marti, ha la funzione di reggere «dal mio cor». Lo Stanghellini preferisce dunque conservare la lezione del codice, ma presentando una proposta diversa rispetto a tutti gli editori precedenti, grazie all’inserimento dell’interpunzione:

per ch’ogni cosa ‘l dà: ‘l mio cor è privo,

così come l’om cieco, del vedere.

Interpretando: “perché questo ne è il motivo: il mio cuore, proprio come il cieco, è privo della vista”. Tra le varie proposte quest’ultima sembra essere la più forzata proprio a causa dell’uso della punteggiatura. Probabilmente la correzione presentata da Mario Marti è quella che riesce a rendere meglio il senso del distico e quindi non è errato pensare che la lezione del codice Escorialense sia sbagliata. Nonostante ciò le differenze riportate dalle varie edizioni critiche sono minime e non incidono più di tanto sul significato di questi due versi. Anche se ci rendiamo conto delle piccole sfumature appena illustrate, riusciamo ugualmente a capire il lamento del poeta.

A differenza delle quartine, caratterizzate dal procedere tramite distici e da un discorso continuo, le due terzine sono due nuclei isolati; ognuna di esse infatti ospita un periodo ed entrambe esordiscono con un’avversativa molto marcata.

Dopo la sofferenza e la disperazione della fronte, nella sirma, come già anticipato, si ha una svolta in senso positivo. Cecco ci presenta l’unico motivo per il quale, nonostante tutte le sofferenze, è ancora in vita: la speranza. È proprio questo sentimento che si contrappone alla situazione presentata dalle due quartine e, non casualmente, si trova in rima con «malenanza». Questo termine, un provenzalismo tipico della lirica aulica utilizzato anche da poeti come Cino Da Pistoia, Rustico Filippi e Chiaro Davanzati, indica la sfortuna, la cattiva sorte e il destino avverso. La speranza è quindi la sola arma che resta al poeta per combattere contro la propria sfortuna. L’unica cosa che Cecco può fare è aspettare e sperare che questa situazione negativa si tramuti in bene grazie alla «pianeta», ovvero la stella. «Pianeta» è un metaplasmo di genere ben attestato, che troviamo anche in poeti come Chiaro Davanzati, Cenne da la Chitarra e Brunetto Latini5. Nello stesso Cecco coesiste con «pianeto» che si trova al verso 8 del sonetto XIX6 dell’edizione Lanza. Era un fenomeno frequente, soprattutto nel dialetto senese, quello di confondere il genere di una parola che, come pianeta, ha una desinenza apparentemente femminile, dal momento che termina con la vocale a, ma che in realtà si tratta di un vocabolo maschile.

L’immagine dell’attesa speranzosa per un avvenire migliore rimanda chiaramente al tema della ruota della fortuna, uno dei simboli dell’ iconografia popolare più importanti del Medio Evo. Nell’epoca di Cecco la ruota della fortuna era un’icona talmente famosa che poteva essere ammirata, non solo all’interno dei rosoni di numerose cattedrali, ma anche tra le figure delle carte dei Tarocchi. In base a questa rappresentazione la vita dell’uomo è una ruota che viene fatta girare da una forza divina oppure, come scrive Cecco, dalla «pianeta». È inevitabile, quindi, che questa ruota, durante il proprio percorso, tocchi anche il punto più basso, che corrisponde al momento più avverso della vita. Ogni uomo deve essere sempre consapevole del fatto che si tratta soltanto di un punto di passaggio e che prima o poi ci sarà sicuramente una risalita, dato che la ruota continua a girare inesorabilmente. Questi temi sono gli stessi che Cecco ci propone all’interno delle due terzine. Il poeta è consapevole di aver toccato il fondo, ma allo stesso tempo sa che prima o poi la ruota girerà in suo favore. L’attesa speranzosa appare quindi come l’unica soluzione possibile per affrontare meglio la difficile situazione a causa della quale Cecco si è a lungo lamentato in molti altri sonetti.


NOTE:

1 Al me parere (verso 2)

2 La parafrasi esatta di menar pere è “produrre pere”. Troviamo questo verbo utilizzato nello stesso modo e con lo stesso significato ne La Composizione del mondo colle sue cascioni di Ristoro d’Arezzo: “Quella terra per la grandissima calura e per la grandissima siccità è arsa e non mena frutto”.

3 Intanto, per quanto riguarda i versi 7 e 8, accettiamo questa parafrasi; proseguendo nell’analisi sarà dedicato a questo passaggio un approfondimento.

4 La stessa concordanza tra maschile e femminile si ha tra malenanza (verso 12) e cambiato (verso 14).

5 Chiaro Davanzati: “Sì ho ferma credenza / che lo mio nascimento / fosse in mala pianeta”.

Cenne da la Chitarra: “In qual parte più po’ fredda pianeta”.

Brunetto Latini: “Ben dico veramente che Dio onnipotente fece sette pianete, ciascuna in suo potere”.

6 “Chi di tal donna è servidore / ben si po’ dir che ‘n buon pianeto è nato”:

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