“Becchin'amor!”. “Che vuo', falso tradito?”

Analisi del Sonetto VI delle Rime di Cecco Angiolieri

novembre 2nd, 2015 Posted by Analisi e saggi critici, Poesie, Rime di Cecco Angiolieri 0 thoughts on “Analisi del Sonetto VI delle Rime di Cecco Angiolieri”

Analisi del Sonetto VI delle Rime di Cecco Angiolieri

a cura di Selene Mancuso


INDICE:

Sonetto VI

1. Analisi e commento

2. Tradizione manoscritta

    Note


Sonetto VI

L’animo riposato aver solia

L’animo riposato aver solìa,
ed era nuovo che fosse dolore:
e or me n’ha così fornito Amore!
Non credo e penso ch’altra cosa sia. 4

Deh quant’è suta la sventura mia
poi ch’i’ fu’ servo di cotal segnore,
ché ciò ch’io faccio, mi torna al peggiore
ver’ quella che ‘l me’ cor ha ‘n ubria. 8

Certo non me le par aver servito:
ché s’ella s’umiliass’a comandarmi,
non avrebbe ch’a levar lo su’ dito. 11

Sì mi parrebbe poco trarriparmi,
potendo dir ch’i’ l’avess’ubbidito;
s’i ne morisse, crederìe salvarmi.1 14

1. Analisi e commento

Il sonetto VI della raccolta Lanza si inserisce tra i numerosi componimenti angioliereschi di stampo parodistico volti a scardinare gli elementi tradizionali della lirica elevata servendosi del linguaggio nobile e sublimato. Esso svolge il tema del servizio d’amore, caratteristico della poesia cortese, e sembra riflettere «nei modi e nelle forme la tradizione siculo-toscana della lirica d’amore»2; evidenti tratti linguistici di tale codice sono servo di cotal segnore, la congiunzione comparativa ver’ e le espressioni ha ‘n ubria, aver servito e s’umiliasse.

Il primo verso, L’animo riposato aver solia, è molto solenne, come quello del sonetto che lo precede, il numero V dell’edizione Lanza, Amor, poi ch ‘n sì greve passo venni (il cui tenore è molto simile a quello del verso dantesco Amor, da che conviene pur ch’io mi doglia3 e ad Amor, la doglia mia non ha conforto di Cino da Pistoia4), ma, in questo caso, il lettore assiste al brusco passaggio da un tono altisonante a uno opposto, poiché Cecco prosegue dicendo che, chi vediemi, ciascun dicie: -Fiù: nel verso incipitario la figura di Amore appesantisce e addolora il poeta, ma Cecco, invece di suscitare negli spettatori sentimenti di pietà, è deriso dal suo pubblico (da qui il fischio Fiù, probabilmente di meraviglia). Allo stesso modo il sonetto VI si apre in modo molto elevato per poi concludersi col popolaresco trarriparmi dell’ultima terzina, producendo un abbassamento di tono. Si noti anche la distanza fonica tra il primo verso e il dodicesimo: ne L’animo riposato aver solia l’andamento è sinuoso e addolcito dalla presenza della sibilante, mentre sì mi parrebbe poco trarriparmi ha un andamento più martellante per l’insistente presenza del suono vibrante e marcato della [r].

Dal punto di vista linguistico, si nota in solia la desinenza in –ia degli imperfetti di seconda e terza classe, tratto comune al senese e all’aretino-cortonese.5 Nel toscano fiorentino solia è entrato su influenza della scuola poetica siciliana, ma il senese, essendo più simile ai dialetti dell’Italia centro-meridionale, ha proprio come elemento tipico di questo tempo verbale la desinenza in –ia.

Interessante al v. 8 è il termine ubria, forma femminile di ubrio ed espressione della lirica illustre, corrispondente semidotto e già siciliano del francese oubli; il lemma è stato adoperato da Giacomo da Lentini (Poi no mi val merzé, v. 20, «m’ha miso in ubrianza») ma anche da Rustico di Filippo (Grazie e merzé vi chiero, v. 10, «e la mia doglia metto in ubrianza»).6 In ubria si nota il metaplasmo e il passaggio da l a r, fenomeno diffuso nei testi medievali e rinascimentali; il Massèra, nell’introduzione al Canzoniere, inserisce questo lemma all’interno di un contesto linguistico palesemente senese.7

Un’espressione tipica della lirica cortese e, in particolare, del servizio d’amore alla dama, si trova al v. 10 (ché s’ella s’umiliass’a comandarmi), ma la figura femminile di tradizione stilnovistica è qui evocata con un lessico nuovo e parodistico. In questo verso, infatti, si notano due retaggi danteschi associati in ossimoro: il v. 6 del famoso sonetto dantesco Tanto gentile e tanto onesta pare del XVII capitolo della Vita Nova («benignamente d’umiltà vestuta»:8 Beatrice, però, è “umile” nel senso sia di “modesta”, sia di “cortese”) e i vv. 33-34 del componimento Ballata, i’ vo’ che tu (Vita nova, V, 17), in cui l’ “umiliarsi” è inteso come “abbassarsi”:9

che mi comandi per messo ch’eo moia
e vedrassi ubidir ben servidore.

Analogo concetto è espresso nella seconda quartina del sonetto LXI dell’Angiolieri, in cui il poeta spiega al lettore che sarebbe più semplice conquistare e possedere le stelle, piuttosto che ottenere che la sua donna si “umìli”, cioè si abbassi, al punto da permettergli di avvicinarsi anche solo alle suole delle scarpe (si noti l’adynaton e la comicità data dal discorso indiretto introdotto dal colloquiale ‘nsomm’ha detto):

Ché ‘nsomm ‘ha detto ch’aver de le stelle
potre’ inanzi che lei accorare
ched ella si volesse umiliare
ch’i’ l’appressass’al suol de le pianelle. 8

Il sonetto rivela, però, anche l’inclinazione di Cecco verso l’immagine immediata e comune (ad esempio al v. 11 non avrebbe ch’a levar lo su’ dito e al v. 12 sì mi parrebbe poco trarriparmi), che, attraverso l’espressione iperbolica, produce un effetto non soltanto comico, ma anche parodistico. Cecco non si limita a colpire alcuni dei topoi della lirica aulica, ma la sua operazione di scardinamento giunge alle radici con la deformazione dell’elemento base della concezione cortese dell’amore, ovvero la sottomissione feudale dell’uomo alla donna. Il poeta senese si pone in posizione subalterna a Becchina, in chiave comica e caricaturale, tanto che lo vediamo pronto a ubbidire a qualsiasi suo desiderio se solo ella si degnasse di levar lo su’ dito.

La parodia della concezione cortese, e soprattutto stilnovistica, appare ben chiara nella parte finale (s’i’ ne morisse, crederìe salvarmi, v. 14):10 contrariamente a quanto stabilito dalla morale cristiana comunemente riconosciuta, il poeta è convinto che, se anche si suicidasse, avrebbe ugualmente salva l’anima, in quanto tale atto sarebbe commesso per obbedire alla donna amata e, in ragione di ciò, giustificato agli occhi di Dio.

Il suicidio è tradizionalmente considerato il “gran peccato” e nel Canzoniere angiolieresco si possono individuare diversi esempi inerenti a questo concetto. Nella conclusione del sonetto LXXXVIII, Un danaio, non che far cottardita, leggiamo:

Or dunque, che serà la vita mia,
se non di comparare una ritorta
e d’appiccicarmi sopresso una via 11
e far tutte le morti ad una vorta,
ch’i’ ne fo ben cento milia la dia?
Ma solo il gran peccato mi sconforta. 14

L’unico rimedio del poeta alle pene sofferte per la mancanza di denaro sembrerebbe essere il suicidio: piuttosto che, come già fa, morire mille volte al giorno, preferirebbe impiccarsi davanti a tutti, ma la paura della condanna infernale lo fa desistere. Un esempio analogo si riscontra nel sonetto LII, Maledetta sie l’or e ‘l punt’ e ‘l giorno, in cui Cecco dichiara di preferire il dolore per il tradimento commesso dalla donna al male peggiore, ovvero la dannazione eterna dell’anima provocata dal suicidio:

però che megli’è mal che mal e peggio,
avvegna l’un e l’altro buon non sia:
ma per aver men pena, il male chèggio. 11
E questo dico per l’anima mia;
ché se non fosse ch’i temo la peggio,
i’ medesimo già morto m’avria. 14

In contrasto con tale ideale, a Becchina viene qui attribuito il potere di mandare a morte Cecco, sfidando il “gran peccato”. Il ribaltamento della figura della donna angelo sta qui nella visione di una donna “angelo della morte” che, però, neutralizza il peccato: l’obbedienza alla persona amata, infatti, giustifica il suicidio di fronte a Dio e salva l’anima del poeta.

Il lettore del sonetto, dunque, assiste alla rielaborazione dei temi principali della lirica cortese, il cui contenuto è stato rovesciato mediante i suoi stessi stereotipi. Nelle quartine il poeta sembra introdurre il tipico tema del servizio d’amore, dimostrandosi umilmente sottomesso alla dama, ma nella sirma rivela l’intento apertamente parodistico del componimento con la comica descrizione di Becchina e con la conclusiva e iperbolica dichiarazione di obbedienza alla donna, in virtù della quale sarebbe disposto persino a dannare la propria anima se solo ella lo esigesse: richiesta, chiaramente, tutt’altro che compatibile con la donna onesta e gentile della tradizione cortese e stilnovistica.

2 Tradizione manoscritta

Il sonetto analizzato, di sicura attribuzione angiolieresca, è il numero 390 della carta 102r del manoscritto Chigiano L VIII 305, risalente al secolo XIV, ma si trova anche nella carta 82r del codice Escorialense e III 23, risalente al XIII-XIV secolo. Il manoscritto madrileno, scoperto negli anni Dieci del Novecento da Mario Casella, è un codice di area veneta; in particolare la mano di scrittura del componimento in questione sembra poter essere riconducibile al territorio padovano. Il codice considerato più autorevole da tutti i critici è, tuttavia, il Chigiano, di area fiorentina e, quindi, più vicina a Cecco, che annovera tra i suoi possessori l’illustre nome di Coluccio Salutati.

Per quanto riguarda la constitutio textus, il Massèra interviene nel testo per correggere alcuni punti: al v. 4 si discosta dalla versione tramandata dai codici, sopprimendo, per motivi metrici, un superfluo non davanti a penso; al v. 7 mette a testo ritorn’, aggiungendo una sillaba a torn’ e togliendola al precedente faccio, restituendo la lezione del Chigiano fo: 11 la soluzione ottenuta è dunque ché cciò ch’i’ fo’ mi ritorn’ al peggiore. Per dare miglior senso al v. 9, infine, inverte le tre parole nol me le in me nol le.


NOTE:

1 Il testo qui riportato corrisponde a quello proposto da Lanza, Le Rime, p. 14. Tutte le seguenti citazioni dei sonetti angioliereschi sono tratte da questa edizione.

2 Vitale, Rimatori, p. 306.

3 Dante, Opere, pp. 607-623.

4 C. da Pistoia, Le Rime, con introduzione e commento di Guido Zaccagnini, Pistoia, Casa editrice Tariffi, 1936-1937, p. 90.

5 Lanza, Le Rime, p. 14.

6 Vitale, Rimatori, p. 307.

7 Massèra, I sonetti, p. li.

8 Dante, Opere, pp. 976-978.

9 Dante, Opere, pp. 860-864.

10 In crederìe si nota la desinenza del condizionale in –ie, assai diffusa nel senese. L’edizione Giuliotti è l’unica che mette a testo credaria, richiamando il condizionale in –ia di tipo siciliano; si potrebbe pensare che lo studioso abbia operato nel testo un intervento, a suo dire, “migliorativo” della lezione attestata dal Chigiano, instaurando al centro del lemma una – ar – protonica, elemento tipico del senese.

11 L’Escorialense ha, invece, ogni cossa.

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