“Becchin'amor!”. “Che vuo', falso tradito?”

Analisi del sonetto XLII “Becchin’amor!”. “Che vuo’, falso tradito?”

novembre 1st, 2015 Posted by Analisi e saggi critici, Poesie, Rime di Cecco Angiolieri 0 thoughts on “Analisi del sonetto XLII “Becchin’amor!”. “Che vuo’, falso tradito?””

Analisi del sonetto “Becchin’amor!”. “Che vuo’, falso tradito?”.

di Alessia Pellegrini


XLII1

“Becchin’amor!”. “Che vuo’, falso tradito?”.
“Che mi perdoni”. “Tu non ne se’ degno”.
“Merzé, per Deo!”. “Tu vien’ molto gecchito”.
“E verrò sempre”. “Che sarammi pegno?”.

5 “La buona fé”. “Tu ne se’ mal fornito”.
“No inver’ di te”. “Non calmar, ch’i’ ne vegno!”.
“In che fallai?”. “Tu sa’ ch’i’ l’abbo udito”.
“Dimmel, amor”. “Va’, che ti veng’un segno!”.

“Vuo’ pur ch’i’ muoia?”. “Anzi mi par mill’anni”.
10 “Tu non di’ bene”. “Tu m’insegnerai”.
“Ed i’ morrò”. “Omè, che tu m’inganni!”.

“Die tel perdoni”. “E ché non te ne vai?”.
“Or potess’io!”. “Tègnoti per li panni?”.
“Tu tieni ‘l cuore”. “E terrò co’ tuo2 guai”

Il sonetto “Becchin’amor!”. “Che vuo’, falso tradito?” è uno dei più importanti e studiati all’interno del corpus angiolieresco: esso presenta tutti i caratteri emblematici della produzione comica di Cecco e si pone come una sorta di spartiacque all’interno della vicenda d’amore di cui il poeta ci rende divertiti e interessati spettatori.

Per questo sonetto più che per altri è possibile parlare di un’attitudine teatrale del testo, data in primo luogo dalla sua costruzione formale, che permette di inserirlo all’interno della poesia di stampo comico, e in particolare in uno dei tipi più antichi e fortunati di tale registro, vale a dire quello del “contrasto”. Si assiste, infatti, a un serrato botta e risposta tra il poeta-personaggio Cecco e l’amata Becchina, celebre figura femminile della raccolta.

A differenza dell’andamento della poesia aulica, di stampo solipsistico, in cui a parlare è soltanto il poeta, o si può al limite trovare un dialogo tra Personificazioni, qui la vera protagonista è la donna. La distribuzione delle battute, ognuna delle quali occupa un emistichio, è fortemente squilibrata a favore di Becchina; Cecco, da parte sua, si limita a controbattere, con una voce che possiamo facilmente intuire flebile e sottomessa, alle secche battute dell’amata.

Per meglio comprendere quanto osservato, fornisco di seguito una prima parafrasi del sonetto, soffermandomi successivamente sui versi di più difficile interpretazione:

“Oh Becchina, amore mio”. “Che cosa vuoi, falso traditore?”.
“(Voglio) che mi perdoni”. “Tu non ne sei degno”.
“Pietà, in nome di Dio!”. “Tu vieni molto sottomesso”.
“E così verrò sempre”. “Che garanzia avrò?”.

5 “La buona fede3”. “Tu ne sei poco provvisto”.
“Non nei tuoi confronti”. “Non cercare di calmarmi, che io ne sono appena venuta a conoscenza!4
“In che cosa ho sbagliato?”. “Tu sai che l’ho saputo”.
“Dimmelo, amore”. “Va’ via, che ti venga un accidente!”.

“Vuoi proprio che io muoia?”. “Anzi, mi sembrano mille anni”.
10 “Tu dici una cosa crudele”5. “Tu mi insegnerai (dato che sei così bravo a parole)”.
“E io morirò”. “Aimè, dal momento che mi inganni”.

“Dio te lo perdoni”6. “E perché non te ne vai?”.
“Magari potessi!”. “Ti trattengo forse per i vestiti?”.
“Tu tieni il cuore”. “E lo terrò per tuo danno”.

Fin da una prima lettura è facile ravvisare un andamento non uniforme del concitato battibecco, il quale si apre con una stizzita Becchina che chiarisce il motivo del suo atteggiamento riottoso, rivolgendosi al compagno con il poco affettuoso appellativo di «falso tradito»7, ovvero “bugiardo traditore”. Durante tutte le successive battute della prima quartina, ella si dimostra tuttavia ancora disposta al dialogo, incline a cedere ai toni esageratamente galanti del poeta; le sue risposte si fanno, invece, “velenose”8, a partire dalla seconda quartina, quando la rabbia si accentua al perseverare di Cecco nella sua ipocrita ostentazione di fedeltà.

Disposta, forse, sì al perdono, ma non a farsi ulteriormente beffare, Becchina si fa ora più risoluta e aggressiva e le sue taglienti battute di replica mirano a negare qualsiasi possibile riconciliazione. Come conseguenza dell’inasprirsi di Becchina, anche Cecco ridimensiona il suo atteggiarsi ad amante cortese, forse ammonito dalla reazione della donna a non andare oltre: il tono delle sue battute sfocia nel melodrammatico, mantenendosi tuttavia più basso e sopito rispetto alla prima parte del sonetto.

All’interno di questo andamento discontinuo, il culmine della rabbia di Becchina si concentra in quello che è il verso più discusso dell’intero componimento, vale a dire il v. 6: «“Non calmar, ch’i’ ne vegno”».

Prima di addentrarsi nella selva delle interpretazioni, è possibile notare una particolarità dal punto di vista lessicale, ovvero l’uso del termine «vegno», che presenta il normale esito nasale palatale del nesso -NJ-, dal latino “venio”. Questa forma, diffusa nell’italiano antico, si alterna a “vengo”, con uscita in “-go” non etimologica, ed è qui preferita per motivi di rima9.

Si noti inoltre la frequenza del verbo “venire” usato in poliptoto – «vien» al v. 3, «verrò» di ripresa al v. 4, «vegno» al v. 6, «veng’un» al v. 8 –, spesso riferito all’atto di Cecco di presentarsi molto «gecchito», cioè sottomesso, a Becchina, per implorare il perdono delle sue malefatte. Dal canto suo la donna risponde con il verbo “andare” (al v. 8 «va», al v. 12 «vai»), creando in questo modo due movimenti contrapposti: il poeta che si avvicina con falsa devozione; la donna che lo respinge con sempre maggior vigore.

Per quanto riguarda la comprensione del v. 6, è fondamentale fare un riferimento preliminare alle interpretazioni dei vari editori e, in secondo luogo, motivarle e argomentarle tenendo conto dei richiami etimologici e dell’occorrenza dei termini in altri componimenti.

Una prima possibile parafrasi è quella proposta da Sapegno e Marti, accettata dal Lanza, secondo la quale il verso potrebbe essere letto come: “Non tentare di calmarmi, perché altrimenti vengo io!”, in un’accezione in cui Becchina starebbe dunque facendo «l’atto di minacciare»10.

Sebbene la resa mimica della donna che incombe arcigna con il braccio proteso contro un tremolante e remissivo Cecco, il dito indice puntato verso l’alto in segno di eloquente disappunto, sia di sicuro effetto comico, tuttavia questa prima interpretazione non sembra sufficientemente motivata dal punto di vista sintattico: essa non dà un’adeguata spiegazione della particella «ne», che andrebbe qui a svolgere una funzione di complemento di moto a luogo che non le compete. Inoltre risulterebbe poco pertinente la successiva battuta di Cecco al v. 7: «In che fallai?», con la relativa risposta, dal momento che Becchina non avrebbe accennato a un qualche “fallo”, bensì avrebbe solo ammonito il poeta di smetterla con i suoi tentativi di rabbonirla.

Altra resa non convincente è quella proposta da Steiner e Vitale, i quali interpretano la prima parte del verso analogamente a Sapegno e Marti (“non tentare di calmarmi”), ma proseguono con: «così che io ritorni a te»11, cioè “in modo da farmi tornare da te”, in una riconciliazione di fatto impossibile. Essa non convince per due motivi essenziali: in primo luogo, la proposizione consecutiva farebbe perdere al verso in vivacità e schiettezza espressiva – fervore che gli editori tendono infatti a sottolineare tramite l’inserzione del punto esclamativo; in secondo luogo la costruzione sintattica risulterebbe troppo estranea alle corde di Becchina, la quale, in generale e qui in particolare, adotta un registro basso contraddistinto dall’immediatezza, dall’uso di proposizioni interrogative o di coloriti e sgarbati imperativi: si tratta in ogni caso di frasi dall’andamento lineare, in cui stonerebbe un tipo di subordinazione tanto ricercato.

D’accordo con le parafrasi sopra citate per quanto riguarda la prima parte del verso, Giuliotti differisce invece nell’interpretazione del «ch’i’ ne vegno!», leggendolo come un’affermazione ironica di Becchina: “Non tentare di calmarmi, dato che già mi placo”, espressione di cui però non risultano chiari né il significato, né le argomentazioni sintattiche.

Radicalmente diversa la spiegazione di Stanghellini, il quale consiglia di correggere il verbo «calmar» in “scalmar”, sulla base del confronto con altri poeti senesi. Tralasciando l’inopportunità di emendare una lezione di per sé perfettamente accettabile, è da evidenziare come il significato stesso del termine, “accalorarsi”, non sia appropriato al contesto. La parafrasi proposta da Stanghellini è infatti: «Non accalorarti troppo, se no vengo io, se no comincio a dare di fuori!»12, ma in realtà qui il tono di Cecco è in calando: egli non ha dato e non dà alcun segno di essere irato, bensì si presenta docile e remissivo al cospetto della compagna offesa.

Maggiormente motivata è invece la resa di Contini, accolta da Castagnola, il quale indica una diversa etimologia per il verbo “calmare”, accostandolo alle forme gergali “calma, calmone”, che significano propriamente “discorso artefatto”. La sua parafrasi suona dunque come: “Non ingannarmi dal momento che vengo da là”, cioè: «perché ne ho avuta esperienza»13.

L’interpretazione del «ne» come complemento di moto da luogo, oltreché più corretta grammaticalmente, trova un riscontro testuale nel sonetto XCI di Cecco, al v. 11, dove leggiamo «Ed io il so, ché vegno dal mercato»14, dove per «mercato» si può intendere o il luogo per eccellenza delle maldicenze, o, in senso più generico, il “mondo”: Becchina, essendo donna avvezza a confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, è ormai impermeabile a ogni tipo di lusinga ingannevole.

In questo sonetto XLII l’espressione sembrerebbe indicare non tanto o non solo una consapevolezza consolidata, ma una notizia di recente scoperta; il verso si potrebbe infatti interpretare come: “Ne ho appena fatta esperienza”, “Sono venuta a saperlo proprio ora”, secondo la parafrasi proposta da Orvieto e Brestolini: «Non cercare di rabbonirmi, perché la tua fedeltà l’ho appena sperimentata!»15. Questa accezione trova un altro argomento a suo favore nella forte connessione che si instaurerebbe con il verso successivo, cioè la battuta di Cecco «In che fallai?», con cui il poeta finge di non capire a che cosa Becchina alluda; la donna, di contro, ribatte con un disincantato «Tu sa’ ch’i’ l’abbo udito!».

Questo significato dell’espressione «Ch’i’ ne vegno!» sembra convincere del tutto, mentre è più difficile capire in quale accezione venga usato il verbo «calmar», se in quella di “tranquillizzare” o di “ingannare”.

Alla definizione del verbo, il TLIO recita: «(Tentare di) indurre in qno uno stato di tranquillità e di docilità»16, mentre non si riscontrano attestazioni della voce usata nel significato di “ingannare”. L’espressione risulta chiara anche mantenendo il verbo nel suo senso più comune, cioè quello di acquietare l’amata indispettita e, in mancanza di sufficienti riscontri testuali, è possibile fare una scelta sulla base di un ragionamento logico. Dal momento che, infatti, Cecco fin dalle prime battute ha invocato il perdono di Becchina, è lecito supporre che egli non voglia affannarsi tanto nel cercare di nascondere la sua colpa – dunque nell’“ingannar” –, quanto piuttosto nell’ottenere indulgenza da parte della donna tradita, tentando di calmarla con le sue dolci parole.

Anche il v. 8: «Va’, che ti veng’un segno!», risposta viperina al falsamente ingenuo «Dimmel, amor» di Cecco, viene diversamente interpretato dagli editori: Marti e Lanza lo leggono come un’imprecazione plebea di Becchina, «un malanno che ti lasci un segno, una paralisi»17, mentre troppo blande risultano la resa di Vitale, ripreso da Cavalli– «che tu possa essere sfregiato»18 – e di Castagnola, la quale parafrasa con: «possa farti male, in modo che per sempre ne resti fregiato fisicamente»19.

L’espressione mantiene maggiormente la sua carica aggressiva e popolana proprio nel senso di: “che ti venga un accidente, un malanno!”, qualcosa di analogo all’odierno “che ti venga un colpo!”20, senza che vi sia necessariamente un riferimento a un “segno” in quanto ferita fisica.

Nonostante questi due versi di non univoca spiegazione, dal senso complessivo del dialogo si evince chiaramente che Cecco deve farsi perdonare di un tradimento che non è riuscito a celare a Becchina. Questo motivo del foedus tradito, oltre a essere il fulcro attorno a cui ruota tutto il sonetto, si rivela importante anche alla luce dell’intero corpus angiolieresco, dal momento che permette di legare il sonetto XLII al successivo XLIII, in cui Cecco si pente di aver assaggiato «una pera» che poi gli ha provocato «tanto di tormento»21. La colpa che Becchina gli rimprovera potrebbe dunque essere strettamente connessa a quella vicenda, e in tal modo questo componimento ci fornirebbe una testimonianza letteraria fondamentale dell’avvenuto tradimento.

Dopo una climax ascendente d’ira da parte della donna, il sonetto termina con toni nuovamente piani e con la spietata e tagliente affermazione di Becchina, la quale non soltanto non perdonerà Cecco, ma anzi continuerà a tenerlo in balìa del suo amore, se non altro per dargli fastidio (v. 14 «“Tu tieni ‘l cuore”. “E terrò co’ tuo guai”»22).

Come già osservato, il componimento presenta tutte le caratteristiche del tipo del “contrasto”, come ad esempio la ripresa di termini, affermazioni e domande della battuta appena precedente – espediente che rende il dialogo molto serrato e dinamico – e l’uso frequente del pronome personale di seconda persona singolare «tu». Tuttavia esso possiede anche delle peculiarità sue proprie, che permettono di apprezzare tutto il sapere e l’acume di Cecco Angiolieri.

Una prima variazione sul tema è il fatto che qui il poeta non si rivolge alla sua donna per condurla a sé in un goffo tentativo di seduzione, ma piuttosto cerca di ottenere il perdono di un suo passato sgarro. Il secondo elemento di divergenza dal tipo del “contrasto” è che stavolta le suppliche della voce maschile non sortiscono un esito positivo – come avviene, ad esempio, nel componimento di Cielo d’Alcamo Rosa fresca aulentissima – , dal momento che la donna, oltre a non cedere, esprime il suo vivo desiderio di continuare a far soffrire Cecco.

Analizzando il testo più da vicino, però, è possibile accorgersi di come parlare di un esito positivo o negativo non sia del tutto appropriato, dato che l’intera scena può essere definita come una “parodia nella parodia”.

A un primo livello di analisi, si riscontra innanzitutto una parodia delle modalità espressive tipiche della poesia aulica, attraverso l’inserimento di molte parole appartenenti alla tradizione cortese in un contesto basso e plebeo. Fin dalla prima quartina ricorrono termini come il gallicismo «gecchito»23, «merzè» e «pegno», il celebre don contraignant che vincolava il cavaliere alla fedeltà verso la sua Dame. Il registro aulico appartiene però soltanto al poeta, il quale si esibisce dapprima in una lusinghiera captatio benevolentiae, rivolgendosi all’amata con l’appellativo «amor»24, e poi finge di non comprendere il motivo dell’ostinata scortesia che ella mostra nei suoi confronti.

Becchina, da parte sua, non si lascia persuadere dalle ipocrite parole del fedifrago Cecco, ma risponde con battute dal forte colorito popolano, con schiettezza, improperi e perfino malauguri.

Oltre al già commentato «“Va’, che ti veng’un segno!”» al v. 8, nella prima terzina la donna arriva addirittura ad augurare la morte al compagno, il quale esordisce con «“Vuo’ pur ch’i’ muoia?”», al v. 9, e si sente rispondere con il rude «“Anzi mi par mill’anni”», in cui ritroviamo la figura dell’iperbole, consueta in Cecco, che fa uso del termine “mille” per indicare una quantità di tempo smisuratamente grande. Ella ribadisce inoltre il suo desiderio che il poeta muoia al v. 11: «“Ed i’ morrò”. “Omè, che tu m’inganni!”», per cui egli, senza ancora svestire i panni del devoto amante, invoca il perdono di Dio: «“Die25 tel perdoni”», v. 12.

Cecco dissacra ironicamente i topoi della tradizione alta, ponendosi come un contro-amante cortese – infedele, bugiardo, lusingatore – e descrivendo la sua Dame come una donna plebea e riottosa. In particolare il v. 12 «“Ché26 non te ne vai?”», come indica Castagnola, potrebbe essere una ripresa diretta dalla Vita Nuova di Dante, al v. 6 del capitolo XXXIII Quantunque volte, lasso!, mi rimembra, «Anima mia, ché non ten vai?»27.

L’assunto di partenza, cioè che in questo sonetto si possa riscontrare una “parodia nella parodia”, esige però che si ricerchi un ulteriore livello di resa satirica, che stavolta emerge sul piano del contenuto. L’effetto parodistico si trova nel carattere stesso del litigio tra i due protagonisti, che è in realtà un “falso contrasto”, un battibecco fittizio e dalla forte impostazione scenica. A questo proposito è opportuno definire il sonetto con le parole di Pazzaglia, secondo il quale esso costituisce «un piccolo bozzetto teatrale»28, in cui sia il poeta sia la donna sono consapevoli di star interpretando un ruolo ben definito ed esasperato fino a divenire una caricatura. Più in particolare, Cecco indossa i panni dell’amante pentito, e Becchina quelli della donna furibonda e offesa. Del resto ella stessa è ben lontana dal modello di fin’amans qui messo alla berlina, ed è facilmente prevedibile che la sua momentanea indignazione verrà placata da una maggiore generosità economica del compagno, piuttosto che dalle sue lusinghe.

Non resta a Cecco che allentare ancora un poco i cordoni della borsa, per permettere a questo vivace e gustoso battibecco di concludersi «non praeter solitum leves»29, leggeri come nostro solito.


NOTE:


1
Per il testo riportato cfr. C. Angiolieri, Rime, a cura di A. Lanza , Archivio Guido Izzi, Roma 1990, p. 86.
Tutte le successive citazioni del sonetto XLII e degli altri componimenti di Cecco saranno riprese da questa edizione.

2Lanza, diversamente da altri editori, preferisce la forma «tuo» e non «tuo’», dal momento che “tuo”, “mie”, “suo” erano usati, specialmente a Siena, per tutti i generi e i numeri.

3Al v. 5 «fé» è apocope per “fede”, termine che qui può essere inteso nel senso di “fedeltà”, per richiamo al latino “fides”. Una più corretta grafia sarebbe quindi “fe’”.

4Sull’interpretazione di questo secondo emistichio si tornerà in seguito.

5Al v. 10 «Tu non di’bene» è infatti una litote per affermare che Becchina si pone in modo davvero spietato nei confronti di Cecco.
Si noti inoltre che «di’» è forma apocopata per “dici”, 2° persona singolare dell’indicativo presente del verbo “dire”.

6Il poeta chiede che Dio perdoni alla donna il fatto di avergli augurato la morte.

7«Tradito» è forma nominativale molto attestata nella poesia antica, spesso anche nella variante “traito” o “traitor”.

8Cfr. D. Giuliotti (a cura di), Le Rime, di Cecco Angiolieri. Edizione Completa, annotata e commentata, Giuntini-Bentivoglio, Siena 1914.

9Analoga forma con regolare esito etimologico si trova in «Tègnoti» al v. 13.

10M. Marti, Poeti giocosi del tempo di Dante, Rizzoli, Milano 1956, p. 160.

11M. Vitale (a cura di), Rimatori comico-realistici del Due e Trecento, Utet, Torino 1956, Vol. I, p. 354.

12C. Angiolieri, Sonetti, a cura di M. Stanghellini, Il leccio, Monteriggioni 2003, p. 55.

13G. Contini (a cura di), Poeti del duecento, R. Ricciardi, Milano-Napoli 1960, vol. II, p. 373.

14A. Lanza (a cura di), op. cit., p 181.

15P. Orvieto, L. Brestolini, La poesia comico-realistica. Dalle origini al Cinquecento, Carocci, Firenze 2000, p. 96.

16Cfr. http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/.

17M. Marti, op. cit., p 160.

18M. Vitale (a cura di), op. cit., p. 354.

19C. Angiolieri, Rime, a cura di R. Castagnola, Mursia, Milano 1995, p. 146.

20Cfr. P. Orvieto, L. Brestolini, op. cit., p. 96: «Ma va’ via, che ti prenda un colpo».

21A. Lanza (a cura di), op. cit., p. 88.

22Questa conclusione ricorda molto da vicino l’ultimo verso del sonetto XL: «“Non me ne poss’atar”. “Abbieti ’l danno!”». (Ivi, p. 82).

23«Gecchito» è un aggettivo, o più propriamente un participio passato del verbo “gecchire”, a sua volta dal provenzale “jequir” che significa “piegare, umiliare”. È qui riferito all’atto di Cecco di tornare da Becchina con aria molto sottomessa e remissiva. Cfr. Sonetto XLVII, vv. 12-13 «Ond’i son fermo ‘n questa oppinione: /
di sempre starle gecchito ed umìle» (Ivi, p. 96).

24Analogo incipit troviamo nel sonetto XXIII Becchin’amore, i’ti solev’odiare, (Ivi, p. 48).

25La forma «Die» coesiste con «Deo», che troviamo ad esempio al v. 3 del sonetto.

26A differenza di quanto fa il Lanza, gli altri editori non accentano il «che», fatta eccezione per Contini, il quale però mantiene stranamente anche la virgola subito dopo.

27D. Alighieri, La vita nuova, a cura di N. Sapegno, Vallecchi, Firenze 1931, p. 105.

28M. Pazzaglia, Testi e lineamenti di letteratura italiana ed europea, Zanichelli, Bologna 1976, Vol. I, p. 218.

29Orazio, Odi Epodi, a cura di L. Canali, Mondadori, Milano 2004, p. 20.

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