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Les temples e le royaume: la metafora dell’avventura ne La voie royale

marzo 27th, 2017 Posted by Analisi e saggi critici, Risorse di... 0 thoughts on “Les temples e le royaume: la metafora dell’avventura ne La voie royale”

Les temples e le royaumela metafora dell’avventura ne La voie royale

a cura di Elisabetta Marcheschi

La voie royale (1930), romanzo scritto da André Malraux, riproduce, all’interno del suo microrganismo, la macrostruttura tematica e culturale – segnata dalla perturbazione della trasmissione del modello tradizionale sia in direzione passato-presente, sia in direzione presente-futuro – che caratterizza la letteratura francese degli anni Trenta del Novecento. Infatti le due concezioni in cui si declina la questione dell’avventura nel testo possono prendere vita proprio a partire dalla constatazione di un tale turbamento storico.

In questa epopea della “mediocrità umana”, il personaggio di Claude riveste prevalentemente il ruolo di esponente della prima alterazione, quella che riguarda la propagazione della tradizione paterna. Infatti il giovane ventiseienne è descritto, fin dall’apertura del romanzo, come orfano di padre: quest’ultimo, rievocato per inciso soltanto in un breve passo, morì da valoroso in occasione della battaglia della Marna. La recisione con il modello del passato è confermata dalla vicinanza e dall’affetto che l’archeologo francese dimostra nei confronti del nonno che lo ha allevato, una figura che Claude paragona a quella del compagno danese: «Perken était de la famille des seuls hommes auxquels son grand-père […] se sentît lié. Lointaine parenté: même hostilité à l’égard des valeurs établies, même goût des actions des hommes lié à la conscience de leur vanité; mêmes refus, surtout». Pertanto il nonno del protagonista si rivela assai distante dal sistema di valori tradizionali: egli non rappresenta un legame con il modello dei padri, ma piuttosto appare animato da uno spirito anticonformista rispetto alla società dei benpensanti. La vicenda biografica di questo outsider, «fier […] de ses ancêtres corsaires perdus au fond de légendes et de son grand-père déchargeur de navires», rivela come l’istituzione borghese per eccellenza in cui fu coinvolto, quella del matrimonio, non si basò sulla comunione amorosa con la moglie e non significò la sua integrazione sociale; anzi ciò contribuì a incrementare il suo isolamento, la sua solitudine e la sua ostilità verso gli altri uomini. Allo stesso modo la fortuna della ditta Vannec non fu causata da un tentativo del nonno di Claude di inserirsi nel sistema borghese e capitalista attraverso il lavoro, ma dipese dalla sua volontà competitiva, tesa verso l’obiettivo di dimostrarsi migliore e superiore alla moglie:

Héritiers d’une tradition de travail, haȉssant tout romanesque, la rancœur […] ne se traduisit pas par des conflits: ils firent dans leur vie la part d’une hostilité tacite, comme, infirmes, ils eussent fait la part de leur infirmité. Chacun, malhabile, à exprimer ses sentiments, pour prouver sa supériorité s’attacha au travail; l’un et l’autre trouvèrent là un refuge et une passion sournoise.

Così alla morte della sposa del signor Vannec, caduto il vero motivo del suo impegno professionale, fece eco il fallimento della società d’affari da lui diretta.

La madre stessa di Claude è presentata come una figura simile a quella del nonno paterno: in linea generale, «elle était, comme lui, séparée de la communauté des hommes qui demande tant d’acceptations stupides ou sournoises»; inoltre, a livello più specifico, la donna si era allontanata dal marito prima della morte di questi per condurre una vita in solitudine fino a quando fu accolta nella dimora dell’anziano Vannec. Proprio in virtù della misera condizione che la accomunava a quella del nonno di Claude, ella fu invitata a stabilirsi nell’abitazione del suocero: «Quelqu’un avec qui il pouvait vivre… Elle était ruinée, sinon pauvre». Inoltre la donna fu tormentata in modo morboso dal senso del decadimento del proprio corpo, marchio costante di un’esistenza che tende vanamente verso l’abisso della morte: «une femme abandonnée, obsédée par son âge jusqu’à la torture, certaine de sa déchéance, et qui considérait la vie avec une indifférence désespérée».

Dunque la tradizione su cui dovrebbe erigersi edipicamente la figura del giovane Claude, sia dal lato paterno sia da quello materno, appare inconsistente: le radici familiari del protagonista, piuttosto che trovare origine all’interno di solidi modelli dominanti, si collocano, mediante i personaggi del nonno e della madre, in direzione opposta e anti-borghese.

L’altro protagonista de La voie royale, Perken, impersona invece, attraverso le sue intime vicende passate, il secondo turbamento nella trasmissione del modello dominante, orientato questa volta verso il futuro, verso il mondo dei figli. Infatti quest’uomo, ormai non più giovane, ha occasione di raccontare a Claude la fine della sua relazione sentimentale con Sarah, motivata dalla presa di coscienza da parte della compagna della propria decadenza fisica; quest’ultima costituisce infatti un lento presagio della morte ineluttabile sotto il cui segno si inscrive la vita. Lo stesso senso di vanità era stato sperimentato dalla madre dell’archeologo francese.

Vous ne soupçonnez pas ce que c’est que d’être prisonnier de sa propre vie: je n’ai commencé à le deviner, moi, que lorsque nous nous sommes séparés, Sarah et moi. […] Une femme qui connaissait la vie, mais pas la mort. Un jour elle a vu que sa vie avait pris une forme: la mienne, que son destin était là et non ailleurs, et elle a commencé à me regarder avec autant de haine que sa glace. […] Toutes ses anciennes espérances de femme jeune se sont mises à miner sa vie comme une syphilis attrapée dans l’adolescence – et la mienne par contagion…

Il termine del rapporto con Sarah rappresenta, per Perken, la fine della possibilità di lasciare in eredità le proprie speranze alla generazione successiva, metonimicamente indicata dai figli: «Et quand on n’a pas d’enfants, quand on n’a pas voulu d’enfants, l’espoir est invendable, on ne peut le donner à personne et il s’agit bien de le tuer soi-même». Pertanto l’ormai anziano avventuriero danese è caratterizzato dai tratti riconducibili al tipo letterario del “célibataire”, colui che non ha contribuito all’edificazione di una società attraverso l’atto di procreazione: l’azione sessuale è infatti simbolo non soltanto dell’accettazione di un sistema di valori, ma anche della volontà di partecipare attivamente alla costituzione del sistema stesso.

Sia Claude che Perken, dunque, rappresentano due figure di “deracinés” dal momento che manifestano la loro estraneità rispetto alla società dominante, evitando di integrarsi all’interno delle istituzioni tradizionali a livello, rispettivamente, dell’orizzonte dei padri e dei figli: si deve inoltre sottolineare come i due universi siano strettamente legati tra loro dal momento che, soltanto a partire dall’accettazione di un’eredità passata, è possibile trasmettere dei valori alla generazione che segue. Lo stesso rapporto tra il giovane francese e l’anziano danese non si configura nei termini di una relazione di tipo filiale-paterna: la simpatia reciproca e l’affinità tra i due personaggi è dettata proprio dalla loro condizione di sradicati dal terreno culturale borghese. A questo proposito, appaiono significative le prime impressioni relative al compagno di viaggio che Claude avverte a bordo del piroscafo; sono tali sensazioni a spingere il francese ad avvicinarsi al “Chang”, a “l’éléphant”:

La familiarité née de leur rencontre à Djibouti […] ne le délivrait pas de la curiosité angoissée qui le poussait vers lui comme s’il eût prophétiquement vu son propre destin: vers la lutte de celui qui n’a pas voulu vivre dans la communauté des hommes, lorsque l’âge commence à l’atteindre et qu’il est seul.

 

L’aspetto che accomuna intimamente i due personaggi, e grazie al quale essi intuiscono la loro profonda somiglianza, consiste nella volontà di ribellarsi e di reagire alla mediocrità della vita umana, una condizione accettata invece passivamente dalla società borghese. Tale consapevolezza  metafisica scaturisce dall’assurdità dell’esistenza in quanto dominata dall’alone costante della “déchéance”: il progressivo disfacimento del corpo è il sintomo materiale dell’assenza di una finalità esistenziale, poiché tutte le azioni umane hanno come esito imprescindibile l’incontro con la morte. A conferma dell’affinità dei due protagonisti, si può rilevare come l’esperienza del decadimento appartenga indirettamente, ma radicalmente, al passato di entrambi: infatti essa è conosciuta da Claude mediante la figura della madre, dunque al livello della tradizione dei padri; mentre è rievocata da Perken tramite il personaggio di Sarah, simbolo potenziale del piano dei figli. La decomposizione fisica è, pertanto, l’effetto sintomatico del trascorrere vorticoso del tempo, del «destin limité, irréfutable, qui tombe sur vous comme un règlement sur un prisonnier»: il fato umano consiste ne «la certitude que vous serez cela et pas autre chose, que vous aurez été cela et pas autre chose, que ce que vous n’avez pas eu, vous ne l’aurez jamais». La morte altro non è che la conferma ultima di un’esistenza condotta inutilmente – «la mort est là […] comme… comme l’irréfutable preuve de l’absurdité de la vie…». Pertanto essere uomo equivale ad essere sopraffatti dalla progressiva consapevolezza della disperazione universale derivante dall’avanzare di un tempo che ha in sé la decadenza e dal conseguente ridursi delle possibilità di essere «autre chose», di essere differente da come si è:

Vieillir, voilà, vieillir. Surtout lorsqu’on est séparé des autres. La déchéance. Ce qui pèse sur moi c’est – comment dire? ma condition d’homme: que je vieillisse, que cette chose atroce: le temps, se développe en moi comme un cancer, irrévocablement… Le temps, voilà.

 

Perken e Claude si distinguono dalla massa dei borghesi per il fatto di mostrarsi ben coscienti dell’insignificanza de La Condition humaine derivante, tra l’altro, dall’assenza di un fine superiore, propria dell’epoca successiva alla “morte di Dio” intesa in senso nietzchiano: «il y avait des hommes sur la terre, et ils croyaient à leurs passions, à leurs douleurs, à leur existence: insectes sous les feuilles, multitudes sous la voûte de la mort». Un’altra opposizione di cui si fanno portavoce i due protagonisti (Perken in modo maggiore data la sua età più avanzata) consiste nella differenza tra «être tué» e “mourir”: infatti «la mort […] c’est le contraire» rispetto all’“essere uccisi”. Ciò è motivato dal fatto che la morte non equivale a uno stato immutabile, ma corrisponde a un processo progressivo, al lento consumarsi dell’esistenza ad opera della decadenza temporale.

Al contrario degli uomini benpensanti che fingono di ignorare l’incombenza della morte, vale a dire «la voûte» che grava costantemente sopra di loro, i due personaggi de La voie royale, ammettendo la vanità della condizione esistenziale, possono dar luogo ad uno spirito di ribellione. Questa reazione edipica in direzione contraria, di tipo anticonformista, si esplicita nell’avventura: infatti l’esplorazione indocinese in cui i due si trovano comunemente coinvolti diviene il mezzo di riscatto di un’esistenza mediocre, un tentativo di concepire uno spazio di eccellenza in mezzo alla vanità della vita. In tal senso questo romanzo di Malraux si inscrive all’interno di quel filone letterario che comprende opere di autori che non si rassegnano dinanzi alla mediocrità umana, ma, assumendo su di loro “le Néant” in senso sartriano, cercano di inventarsi “l’Être”, un’identità autonoma che scaturisce dal concetto di libertà assoluta dell’individuo: «l’absence de finalité donnée à la vie était devenue une condition de l’action». Secondo questa linea devono essere lette le seguenti esclamazioni pronunciate da Perken: «mais d’accepter même de perdre ma mort m’a fait choisir ma vie» e «ce n’est pas pour mourir que je pense à ma mort, c’est pour vivre».

L’avventura corrisponde, dunque, all’«agir au lieu de rêver» con l’obiettivo di sottrarsi alla condizione di schiavitù in cui l’umano è costretto dal suo destino mortale: la dichiarazione «Je ne veux pas être soumis» equivale all’inno di libertà gridato dagli avventurieri.

“Ce qu’ils appellent l’aventure, pensait-il [Claude, NdR], n’est pas une fuite, c’est une chasse: l’ordre du monde ne se détruit pas au bénéfice du hasard, mais de la volonté d’en profiter”. […] Être tué, disparaître, peu lui importait: il ne tenait guère à lui-même, et il aurait ainsi trouvé son combat, à défaut de victoire. Mais accepter vivant la vanité de son existence, comme un cancer, vivre avec cette tiédeur de mort dans la main…  

 

Solo prendendo atto dell’«obsession de la mort» può sorgere la figura dell’avventuriero: «Tout aventurier est né d’un mythomane».

All’interno de La voie royale si intersecano almeno due declinazioni della concezione dell’avventura, da interpretare come possibilità di riscatto dalla mediocrità universale dell’esistenza: da una parte si colloca l’avventura archeologica di cui Claude è il maggior esponente; dall’altra, invece, quella politica, animata principalmente da Perken. Nel primo caso il tentativo di riportare alla luce l’antica via regia khmer può essere metaforicamente interpretato come uno sforzo volto alla ricerca delle proprie radici passate – simbolicamente rappresentate dai templi – compiuto dall’archeologo francese, vale a dire proprio da quel personaggio di cui, nel romanzo, si evidenzia maggiormente l’assenza di un ambiente familiare stabile. A questo proposito risultano significative le dichiarazioni pronunciate da Claude nello studio di Ramèges relativamente al valore dell’arte:

J’en viens donc à dire que la valeur essentielle accordée à l’artiste nous masque l’un des pôles de la vie de l’œuvre d’art: l’état de la civilisation qui la considère. On dirait qu’en art le temps n’existe pas. Ce qui m’intéresse, comprenez-vous, c’est la décomposition, la transformation de ces œuvres, leur vie la plus profonde, qui est faite de la mort des hommes. Toute œuvre d’art, en somme, tend à devenir mythe.

 

Viceversa, l’avventura politica intrapresa da Perken consiste nella creazione di uno Stato indipendente dal governo del Siam in territorio indocinese: il tentativo di fondare un regno autonomo, secondo un parallelismo simile al progetto messo in atto da Claude, può corrispondere alla volontà di dare origine a una futura generazione di figli che combatta la sterilità di Perken nel mondo borghese. L’organizzazione statale equivale alla possibilità di

exister dans un grand nombre d’hommes, et peut-être pour longtemps. Je veux laisser une cicatrice sur cette carte. Puisque je dois jouer contre ma mort, j’aime mieux jouer avec vingt tribus qu’avec un enfant… Je voulais cela comme mon père voulait la propriété de son voisin, comme je veux des femmes.

 

Come si può osservare dalla conclusione del passo appena citato, l’avventura e l’erotismo risultano strettamente legati: questa forte unione, non casualmente, appare ancora più presente all’interno del filone politico dell’azione avventurosa, di cui Perken è il portavoce. Infatti la donna è ridotta dall’esploratore danese a «l’autre sexe»: «non, ce ne sont pas des corps, ces femmes: ce sont des… des possibilités, oui. Et je veux…». Le figure femminile sono spersonalizzate e oggettualizzate, considerate come «des femmes», vale a dire alla stregua di una massa indistinta: analogamente all’avventura, la donna costituisce una solitaria possibilità di riscatto dalla mediocrità esistenziale, un mezzo attraverso cui misurare se stessi. Ciò appare evidente nella scena in cui Perken, venuto appena a conoscenza di essere prossimo alla morte, reagisce tentando un ultimo assalto alla decadenza: si tratta di un conflitto che si esplicita mediante l’erotismo e il possesso di una donna; del resto, «la lutte contre la déchéance se déchaînait en lui ainsi qu’une fureur sexuelle» aveva già esclamato il danese in una situazione di estremo pericolo, al momento della detenzione dei due avventurieri presso la tribù ribelle dei Moi.

L’air était suspendu comme si le temps se fût arrêté, comme si le tremblement des doigts de Perken eût seul vécu dans le silence soumis à l’immobilité asiatique de ce visage au nez courbe et fin. Ce n’était ni le désir, ni la fièvre, bien qu’il sentît à l’intensité de ce qui l’entourait qu’elle montait: c’était le tremblement du joueur.

 

Pertanto l’atto sessuale è estraneo allo spirito di comunione amorosa: si configura piuttosto come un’azione di dominio violento e di imposizione egoistica del sé sull’altro. Già all’inizio del romanzo Claude aveva rievocato la scena in cui Perken aveva preferito a una giovane ragazza sorridente, «l’autre […]. Au moins ça n’a pas l’air de l’amuser». Il piacere sessuale equivale, dunque, al piacere di sopraffazione dell’avventuriero. A conferma della vicinanza tra possesso della donna e possesso delle pietre, una sensazione provata non solo da Perken, ma anche da Claude, si consideri il seguente passo: «des coups répétés, de la perte de sa lucidité, un plaisir érotique montait».

Si deve notare come la possibilità dell’azione, corrispondente al recupero delle radici e alla fondazione di un regno dei figli, sia relegata al di fuori del mondo abituale e borghese, come ad indicare l’assenza di un riscatto all’interno della cultura europea. Dunque il luogo in cui può erigersi una risposta alla decadenza, nei termini dell’avventura, è quello esotico.

In realtà si tratta di una possibilità unicamente apparente poiché si assiste, nel corso del romanzo, al fallimento di entrambi i piani in cui si declina il tema: lo stesso decadimento che Claude e Perken avevano vissuto, rispettivamente, attraverso le figure della madre e della compagna, è riscontrato nei templi e nel regno. Infatti, nel primo caso, fin dall’inizio dell’esplorazione nella foresta indocinese, appare evidente, dapprima, la difficoltà di ritrovare bassorilievi, mentre, in seguito, la complessità di sottrarli al potere della foresta: «cette pierre était là, opiniâtre, être vivant, passif et capable de refus», al punto che la pietra sembra divenuta parte indistinguibile della vegetazione. Nel secondo caso, invece, l’agonia di Perken, che avviene al di fuori dei territori delle tribù a lui alleate, è accompagnata dai rumori che indicano l’avvicinarsi dei lavori di costruzione della ferrovia: si può così presagire che ben presto il governo siamese prenderà il potere all’interno della sua regione, con l’inevitabile conseguenza che «rien dans l’univers, jamais, ne compenserait plus ses souffrances passées ni ses souffrances présentes». A dominare, alla fine, è pertanto l’assurdità della vita, l’intrico della foresta: in altri termini l’incubo dell’“impuissance”.

Al termine del romanzo si intravede una possibilità di salvezza: essa consiste nella solidarietà tra gli uomini. Questa speranza si manifesta già con al decisione di Claude di abbandonare le pietre scolpite per aiutare il compagno moribondo nella sua avventura politica e diviene esemplare nel gesto finale compiuto dal francese nei confronti di Perken: «exprimer par les mains et les yeux, sinon par les paroles, cette fraternité désespérée qui le jetait hors de lui-même! Il l’étreignit aux épaules». Tuttavia questa comunanza è pessimisticamente negata, nell’ultima frase dell’opera, dalla reazione del danese, a cui Claude appare un «étranger comme un être d’un autre monde». Proprio verso il recupero di questa ultima possibilità, rifiutata in extremis all’interno de La voie royale, si svilupperà e si muoverà la produzione letteraria successiva di Malraux, in particolare il romanzo La Condition humaine.


BIBLIOGRAFIA

Testi

MALRAUX, André, La voie royale, Grasset, Paris 1972.

Saggi e studi

MACCHIA, Giovanni, COLESANTI, Massimo, GUARALDO, Enrico, MARCHI, Giovanni, RUBINO, Gianfranco, VIOLATO, Gabriella (a cura di), La letteratura francese. Il Novecento, Accademia, Milano 1987, vol. V, pp. 261-450.
PICON, Gaëtan, Malraux, Seuil, Paris 1974.

XIII Edizione del Premio Europa di Pisa

marzo 20th, 2017 Posted by A scuola oggi 0 thoughts on “XIII Edizione del Premio Europa di Pisa”

Premio Europa: emozioni, cultura e novità nella XIII edizione del premio di narrativa nazionale al femminile

Pisa, sabato 18 Marzo 2017. Cultura, risate ed emozioni all’interno della storica biblioteca dell’ex convento dei Cappuccini di Pisa, che il 18 Marzo ha ospitato la cerimonia di premiazione della XIII Edizione del Premio Europa.
Quest’anno il premio riservato alla narrativa di genere giallo e noir al femminile spetta ad Annalisa Farinello, psicoterapeuta vicentina, con il racconto “Doppio inganno”. A motivare la scelta della giuria, spiega Elena Calamari, docente di Psicologia dell’ateneo pisano, sono stati lo spessore psicologico conferito ai personaggi, in particolare quello femminile e il finale “inaspettato”.
“Il titolo del racconto”, dice la scrittrice, “può essere letto o come un duplice inganno, o come una sorta di somma algebrica, un annullamento”.

Suggestiva l’interpretazione di alcuni brani tratti dal racconto vincitore, magistralmente interpretati da Carlo Emilio Michelassi.
Unica segnalata, Lucia Bruni, storica dell’arte fiorentina, con il racconto “Stringimi, stringimi forte”.

A seguire, la novità di questa edizione del Premio Europa 2017, l’assegnazione del Premio per i giovani autori di contenuti culturali per il web alla studentessa lucchese Alessia Pellegrini, per il sito “Omneslitterae.it”.
“Il mio scopo è quello di far capire come le humanae litterae, tramite un’interfaccia grafica innovativa e multimediale, abbiano ancora molto da dire alle nuove generazioni di studenti”, spiega la studentessa, che, col supporto visivo del curatore tecnico del sito, Samuele Picchi, ha esposto brevemente le varie sezioni in cui il sito web si articola.

Momento di grande emozione quello dedicato al ricordo della giornalista Letizia Leviti. Il breve e toccante audiomessaggio, ultimo anelito alla vita prima della prematura scomparsa, accomuna in una sentita commozione vecchi colleghi e amici e nuovi volti.

Segue l’assegnazione di speciali riconoscimenti a tre figure di spicco del giornalismo locale: Roberta Galli (Il Tirreno), Francesca Bianchi (La Nazione) e Chiara Cini (50 Canale).
Un premio rigorosamente “in rosa”, che ricorda come l’universo femminile sia fatto anche di mille altre sfumature, esigenze e difficoltà, che esulano dalla semplicistica definizione di “genere”.

In questa edizione ricca di novità e ospiti, Maria Paola Ciccone, presidentessa del Gruppo Internazionale di Lettura, introduce la premiazione di alcuni esponenti del movimento letterario “Penne arrabbiate”. Ricorre, infatti, il ventesimo anniversario dell’“ultima avanguardia del Novecento”, nata dall’eterogeneo gruppo di studenti e scrittori di Pisa, per merito della fondarice Paola Alberti.

Ospite d’onore, Nadia Fusini, docente della Scuola Normale Superiore, premiata per la sua carriera esemplare di critica letteraria, saggista e scrittrice di successo.

Tra emozioni e interventi di spessore, orchestrati dalla presidentessa del premio Paola Alberti e dal brillante dinamismo di Franco De Rossi, la XIII Edizione del Premio Europa è stata un evento culturale di rilievo, come hanno sottolineato nei loro interventi il sindaco di Pisa Marco Filippeschi e gli assessori Marilù Chiofalo e Andrea Ferrante. Un momento d’incontro e di ricordo, ancorato all’esperienza di professionisti ma anche aperto al nuovo, con il suo inconfondibile tocco “rosa” di competenza e passione.

Foto della cerimonia della XIII Edizione del Premio Europa 2017

Annalisa Farinello, vincitrice del Premio Europa 2017 col racconto “Doppio inganno”, premiata dall’assessore Andrea Ferrante.

 

Alessia Pellegrini, premiata per il sito web a contenuto culturale “Omnes Litterae” dall’assessore Marilù Chiofalo.

 

L’ospite d’onore Nadia Fusini, con la presidentessa Paola Alberti e l’assessore Marilù Chiofalo.

tacito germania testo latino

Paragrafo 8 Germania

marzo 15th, 2017 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 8 Germania”

Paragrafo 8 traduzione dalla Germania di Tacito

Testo latino Germania

[8] Memoriae proditur quasdam acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata comminus captivitate, quam longe inpatientius feminarum suarum nomine timent, adeo ut efficacius obligentur animi civitatum, quibus inter obsides puellae quoque nobiles imperantur. Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt. Vidimus sub divo Vespasiano Veledam diu apud plerosque numinis loco habitam; sed et olim Albrunam et compluris alias venerati sunt, non adulatione nec tamquam facerent deas.

Traduzione Germania Tacito, paragrafo 8

1. Si tramanda (= è consegnato alla memoria) che delle schiere, ormai sul punto di ripiegare e di cedere, furono rinsaldate dalle donne attraverso l’insistenza delle preghiere, attraverso l’opposizione dei petti e attraverso la prigionia prospettata (mostrata) da vicino. La quale schiavitù delle donne essi temono in maniera di gran lunga più insopportabile che la propria (la quale schiavitù essi temono in maniera di gran lunga più insopportabile per le donne che per sé), al punto che sono obbligati in modo più efficace gli animi delle città alle quali si ordina di consegnare tra gli ostaggi anche delle fanciulle nobili.
2. Infatti pensano che vi sia [nelle donne] davvero qualcosa di santo e di profetico, e non disprezzano i loro consigli né trascurano i loro responsi.
3. Durante il principato del divino Vespasiano, abbiamo visto
Veleda considerata a lungo presso la maggior parte una sorta di dea; inoltre un tempo furono
venerate Albrinia e molte altre, non per adulazione né per farne delle dee.

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Paragrafo 7 Germania

marzo 15th, 2017 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 7 Germania”

Traduzione Germania di Tacito: paragrafo 7 “Reges ex nobilitate … pugnantibus gestant”

Testo latino Germania, Tacito

[7] Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt. Nec regibus infinita aut libera potestas, et duces exemplo potius quam imperio, si prompti, si conspicui, si ante aciem agant, admiratione praesunt. Ceterum neque animadvertere neque vincire, ne verberare quidem nisi sacerdotibus permissum, non quasi in poenam nec ducis iussu, sed velut deo imperante, quem adesse bellantibus credunt. Effigiesque et signa quaedam detracta lucis in proelium ferunt; quodque praecipuum fortitudinis incitamentum est, non casus, nec fortuita conglobatio turmam aut cuneum facit, sed familiae et propinquitates; et in proximo pignora, unde feminarum ululatus audiri, unde vagitus infantium. Hi cuique sanctissimi testes, hi maximi laudatores. Ad matres, ad coniuges vulnera ferunt; nec illae numerare aut exigere plagas pavent, cibosque et hortamina pugnantibus gestant.

Traduzione paragrafo 7 della Germania di Tacito

1. Scelgono i re in virtù della nobiltà [della stirpe], i generali in base al valore. E i re non hanno un potere illimitato e libero, mentre i comandanti contano per l’esempio piuttosto che per l’autorità, suscitano ammirazione (comandano con ammirazione) se coraggiosi, se in vista (se di fanno vedere innanzi a tutti), se combattono in prima fila.
2. D’altronde è permesso condannare a morte, imprigionare, percuotere soltanto ai sacerdoti, non [come se fosse] per punizione o per ordine del comandante, ma come per imposizione del dio, che credono presente tra i combattenti.
3. Recano sul campo immagini e simulacri tolti ai boschi sacri; e il massimo incitamento al coraggio è il fatto che né il caso né il raggruppamento accidentale formano la torma o il cuneo, ma le famiglie e le parentele; e i loro cari stanno nei pressi, da dove si possono udire le urla delle donne e da dove [si possono udire] i vagiti dei bambini.
4. Questi e per ciascuno [sono] i testimoni più sacri, questi i lodatori più ambiti; recano alle madri e alle mogli le ferite; e quelle non tremano a contare e a esaminare le piaghe, recano ai combattenti cibi e incoraggiamenti.

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Paragrafo 6 Germania

marzo 13th, 2017 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 6 Germania”

Paragrafo 6 Tacito, Germania: testo latino della Germania e traduzione letterale di Tacito paragrafo 6

[6] Ne ferrum quidem superest, sicut ex genere telorum colligitur. Rari gladiis aut maioribus lanceis utuntur: hastas vel ipsorum vocabulo frameas gerunt angusto et brevi ferro, sed ita acri et ad usum habili, ut eodem telo, prout ratio poscit, vel comminus vel eminus pugnent. Et eques quidem scuto frameaque contentus est; pedites et missilia spargunt, pluraque singuli, atque in inmensum vibrant, nudi aut sagulo leves. Nulla cultus iactatio; scuta tantum lectissimis coloribus distinguunt. Paucis loricae, vix uni alterive cassis aut galea. Equi non forma, non velocitate conspicui. Sed nec variare gyros in morem nostrum docentur: in rectum aut uno flexu dextros agunt, ita coniuncto orbe, ut nemo posterior sit. In universum aestimanti plus penes peditem roboris; eoque mixti proeliantur, apta et congruente ad equestrem pugnam velocitate peditum, quos ex omni iuventute delectos ante aciem locant. Definitur et numerus; centeni ex singulis pagis sunt, idque ipsum inter suos vocantur, et quod primo numerus fuit, iam nomen et honor est. Acies per cuneos componitur. Cedere loco, dummodo rursus instes, consilii quam formidinis arbitrantur. Corpora suorum etiam in dubiis proeliis referunt. Scutum reliquisse praecipuum flagitium, nec aut sacris adesse aut concilium inire ignominioso fas; multique superstites bellorum infamiam laqueo finierunt.

Traduzione paragrafo 6 Germania

1. Neppure il ferro si trova in abbondanza, come si deduce dal tipo di armi. Pochi impiegano spade o grandi lance; maneggiano delle aste o, con il loro termine, delle framee, dalla punta acuta e breve, ma così aguzza e facile all’uso che con una stessa arma, in base all’occorrenza (in base a ciò che l’occorrenza richiede) combattono da vicino o da lontano.
2. Anche i cavalieri si limitano allo scudo e alla framea, i fanti lanciano anche i proiettili, molti ciascuno, e li scagliano a grande distanza, nudi o leggeri con la tunica (con una leggera tunica). Nessuna ostentazione di eleganza; ornano soltanto gli scudi con colori sceltissimi (vistosissimi).
3. Pochi hanno le corazze, a mala pena uno o l’altro ha l’elmo di metallo o di cuoio. I cavalli non spiccano (non sono notevoli) per la bellezza né per la velocità. Non sono addestrati per compiere evoluzioni secondo il nostro costume: li guidano in linea retta o, con una sola curvatura, verso destra, con un allineamento così compatto che nessuno rimane indietro.
4. A giudicare dal complesso (per colui che giudica nell’insieme) vi è più forza presso la fanteria; per questo si battono mescolati, con la velocità dei fanti, che, scelti tra tutta la gioventù, collocano in prima fila, appropriata e conveniente alla battaglia equestre.
5. Fisso è anche il numero: sono cento per ciascun distretto, e proprio così si chiamano tra loro, e ciò che dapprima era un numero, ora è un titolo e un onore (un titolo d’onore). 6. L’esercito si dispone a cunei. Ritengono un segno di prudenza piuttosto che di paura il ritirarsi, purché si attacchi di nuovo. Nelle battaglie dall’esito incerto riportano indietro anche i cadaveri dei loro. L’onta maggiore è l’aver abbandonato lo scudo, e all’infame non è permesso presenziare ai riti sacri e intervenire nelle assemblee; e molti superstiti delle guerre posero fine al disonore con il cappio (si impiccarono).

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Paragrafo 5 Germania

marzo 13th, 2017 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 5 Germania”

Paragrafo 5 Germania di Tacito: traduzione e testo latino a fronte

[5] Terra etsi aliquanto specie differt, in universum tamen aut silvis horrida aut paludibus foeda, umidior qua Gallias, ventosior qua Noricum ac Pannoniam adspicit; satis ferax, frugiferarum arborum inpatiens, pecorum fecunda, sed plerumque improcera. Ne armentis quidem suus honor aut gloria frontis: numero gaudent, eaeque solae et gratissimae opes sunt. Argentum et aurum propitiine an irati di negaverint dubito. Nec tamen adfirmaverim nullam Germaniae venam argentum aurumve gignere: quis enim scrutatus est? Possessione et usu haud perinde adficiuntur. Est videre apud illos argentea vasa, legatis et principibus eorum muneri data, non in alia vilitate quam quae humo finguntur; quamquam proximi ob usum commerciorum aurum et argentum in pretio habent formasque quasdam nostrae pecuniae adgnoscunt atque eligunt. Interiores simplicius et antiquius permutatione mercium utuntur. Pecuniam probant veterem et diu notam, serratos bigatosque. Argentum quoque magis quam aurum sequuntur, nulla adfectione animi, sed quia numerus argenteorum facilior usui est promiscua ac vilia mercantibus.

Traduzione Paragrafo 5 Germania di Tacito

1. Il suolo, anche se differisce considerevolmente nell’aspetto, tuttavia nell’insieme risulta
selvaggio per le foreste e repellente per le paludi, più umido verso le Gallie, più ventoso
verso il Norico e la Pannonia; fertile di seminati, non produttivo (incapace, inadatto) di
alberi da frutta, ricco di bestiame, ma per lo più di bassa statura. 2. I bovini non hanno
neppure la loro particolare bellezza e l’ornamento della fronte (le corna): [i Germani]
gioiscono per la quantità, quelli (cfr. i bovini) sono l’unica e la più gradita (graditissima)
ricchezza. 3. Gli dei, non so se benevoli o ostili (= se per benevolenza o ostilità), hanno
[loro] negato l’argento e l’oro; tuttavia io non oso affermare che in Germania non si apra
nessuna vena d’oro o d’argento: infatti chi ne è andato alla ricerca? Per quanto riguarda il
possesso e l’uso, non si comportano allo stesso modo [nostro]. 4. È possibile vedere presso di loro vasi d’argento, offerti in dono ai loro legati e ai loro capi, [i vasi] sono trattati con la stessa scarsa considerazione di quelli in creta; tuttavia i popoli più vicini [a noi], in seguito (a causa) dei rapporti commerciali, apprezzano l’oro e l’argento e sanno riconoscere e scegliere determinati conii della nostra monete (o plurale): quelli più interni praticano il più semplice e antico baratto (= scambio di merci). 5. Accettano le monete antiche e note da lungo tempo (in realtà è singolare), quelle seghettate e quelle con l’incisione della biga; ricercano l’argento anche più dell’oro, non per una predilezione particolare, ma perché il valore delle monete d’argento è più comodo all’uso per colore che commerciano oggetti correnti (comuni) e di infimo prezzo.

tacito germania testo latino

Paragrafo 4 Germania

marzo 13th, 2017 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 4 Germania”

Germania Tacito: traduzione paragrafo 4 con testo originale e testo in italiano

[4] Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem exstitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida: laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam caelo solove adsueverunt.

Traduzione paragrafo 4 Tacito Germania

1. Da parte mia inclino verso le opinioni di coloro che (di quanti) ritengono che i popoli
della Germania, non contaminati da incroci con nessun’altra delle altre genti, abbiano
conservato una propria, autentica stirpe, simile solo a sé. 2. Da cui anche l’aspetto dei corpi, sebbene in un numero tanto grande di uomini, [è] lo stesso in tutti: [hanno] occhi minacciosi ( fieri) e azzurri, chioma rossiccia, corpi massicci e forti soltanto nell’assalto; 3. non [hanno] la stessa sopportazione del lavoro e delle fatiche, e non sopportano per niente la sete e il caldo, si abituarono ai freddi e alla fame per il cielo e il suolo (= per la rigidità del clima e per la sterilità del suolo).

catullo carme 83 tradotto

Catullo Carme 83

marzo 13th, 2017 Posted by carmina Catullo, Letteratura latina, Risorse di... 0 thoughts on “Catullo Carme 83”

Catullo Carme 83: traduzione letterale di Catullo, scansione metrica carme 83 e paradigmi

Il carme 83 di Catullo racconta in pochi versi una verità generale: chi parla continuamente di una persona, pur denigrandola e insultandola, in realtà non riesce a toglierla dalla propria mente.
Così avviene per la Lesbia di Catullo nel carme 83: ella non riesce a dimenticare l’antico amore e perciò continua a parlare (male) dell’ex amante in presenza del marito, il quale, sciocco, non riesce a interpretare bene questo segnale, ma anzi se ne rallegra.

La scansione metrica del carme 83 di Catullo indica con gli appositi segni le sillabe brevi ĕ e lunghe ē.
Le sillabe accentate sono in grassetto, mentre le cesure sono indicate da un trattino in basso tra le vocali. Nei versi pari, la stanghetta centrale | indica la cesura.

Accenti Carme 83 di Catullo

Lésbĭă mí praēséntĕ uĭrò mălă plùrĭmă dìcĭt.
hàēc īllì fătŭò | màxĭmă làētĭtĭà_est.
mùlĕ. nĭhìl sēntìs. sī nòstri_ōblìtă tăcèrĕt
sàna_ēssèt. nūnc quòd | gànnĭt ĕt òblŏquĭtùr
nòn sōlùm mĕmĭnìt sēd quàē mūlto_àcrĭŏr èst rēs
ìrātà_est. hōc èst | ùrĭtŭr èt lŏquĭtùr.

Traduzione Catullo Carme 83

Lesbia quando è presente il marito dice molti mali di me
questo è a quello sciocco una gioia immensa (= quello sciocco ha una gioia immensa).
Pezzo d’asino, non ti accorgi di niente! Se dimentica di noi non ne parlasse,
sarebbe guarita; ma poiché ora brontola e mi ingiuria,
non solo ricorda, ma (cosa che è molto più grave)
è arrabbiata; questo è: le brucia e ne parla.

Paradigmi Catullo Carme 83

Dico, is, dixi, dictum, ere 3° = dire
Sum, es, fui, esse = essere
Sentio, is, sensi, sensum, ire = sentire, accorgersi
Taceo, es, tacui, tacitum, ere 2° = tacere
Gannio, is, ire = brontolare
Obloquor, eris, oblocutus sum, òbloqui 3° = ingiuriare
Memini, sti, isse = ricordarsi
Irascor, eris, iratus sum, irasci = adirarsi
Uro, is, ussi, ustum, ere 3° = bruciare
Loquor, eris, locutus sum, loqui 3° = parlare

catullo carme 43 tradotto

Catullo Carme 43

marzo 13th, 2017 Posted by carmina Catullo, Letteratura latina 0 thoughts on “Catullo Carme 43”

Traduzione Catullo Carme 43: scansione metrica, traduzione letterale e paradigmi del 43° carme di Catullo

Il carme 43 di Catullo è una breve poesia del liber catulliano, con una struttura molto particolare. Esso procede infatti per continue negazioni, rivolgendosi a una “puella”, una fanciulla, niente affatto bella, che NON possiede alcuna delle tante caratteristiche che rendono una donna davvero bella.
A tale fanciulla, che “la provincia” ritiene di mirabile bellezza, Catullo compara, nel finale, la sua Lesbia.
Nell’ultimo verso il poeta esprime la commiserazione per la generazione a lui contemporanea, che ha perso ormai ogni gusto della bellezza e della leggiadria.

Catullo Carme 43

Metro carme 43: Endecasillabo falecio

Sálve néc minimó puélla náso
néc belló pede néc nigrís océllis
néc longís digitís nec óre sícco
néc sané nimis élegánte língua,
décoctóris amíca Fórmiáni.
tén província nárrat ésse béllam?
técum Lésbia nóstra cómparátur?
ó saeclum_ínsapiéns et ínfacétum!

Traduzione Catullo Carme 43

Salve o fanciulla dal naso non piccolo
dal piede non bello dagli occhi non neri
dalle dita non affusolate, dalla bocca non secca,
né dal modo di parlare (lingua) troppo elegante,
amica di quel fallito di Formia.
Proprio te la provincia narra essere bella?
Con te la mia Lesbia è paragonata?
O generazione priva di gusto e di spirito.

Paradigmi:

Narro, as, avi, atum, are = narrare

Comparo, as, avi, atum, are = comparare