Monthly Archives: settembre, 2016

tacito germania testo latino

Paragrafo 2 Germania

settembre 22nd, 2016 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 2 Germania”

Germania Tacito traduzione paragrafo 2, traduzione letterale di “Ipsos Germanos indigenas crediderim”con analisi grammaticale precisa e paradigmi dei verbi.

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Paragrafo 1 Germania

settembre 21st, 2016 Posted by Letteratura latina, Risorse di..., Tacito 0 thoughts on “Paragrafo 1 Germania”

Germania Tacito traduzione paragrafo 1, traduzione letterale, analisi grammaticale precisa e paradigmi completi de “I confini della Germania” di Tacito.

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Tacito Germania testo latino originale (21-30)

settembre 21st, 2016 Posted by Letteratura latina, Risorse di... 0 thoughts on “Tacito Germania testo latino originale (21-30)”

Tacito Germania testo latino originale (21-30): testo latino dei paragrafi dal 21 al 30 della Germania di Tacito. Leggete anche il seguito con traduzione.

tacito germania testo latino

Tacito Germania testo originale latino (11-20)

settembre 21st, 2016 Posted by Letteratura latina, Risorse di... 0 thoughts on “Tacito Germania testo originale latino (11-20)”

Tacito Germania testo originale latino (11-20): testo latino dei paragrafi dall’11 al 20 della Germania di Tacito. Leggete anche il seguito con traduzione.

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Tacito Germania testo latino (1-10)

settembre 21st, 2016 Posted by Letteratura latina, Risorse di... 0 thoughts on “Tacito Germania testo latino (1-10)”

Tacito Germania testo latino (1-10): paragrafia dall’1 al 10 della Germania di Tacito testo latino. Leggete anche gli altri paragrafi con traduzione.

antonio tabucchi i pomeriggi del sabato

I treni che vanno a Madras – analisi a cura di Paola Alberti

settembre 16th, 2016 Posted by A scuola oggi, Analisi e saggi critici 0 thoughts on “I treni che vanno a Madras – analisi a cura di Paola Alberti”

Analisi del testo “I treni che vanno a Madras” di Antonio Tabucchi, a cura di Paola Alberti

I treni che vanno a Madras: il cerchio della vita si chiude

di Paola Alberti

I treni che vanno a Madras è un racconto della raccolta Piccoli equivoci senza importanza1 di Antonio Tabucchi. Si tratta della terza raccolta di racconti di Tabucchi, dopo Il gioco del rovescio e altri racconti2 e Donna di porto Pim3.

I piccoli equivoci senza importanza, o meglio, i piccoli equivoci senza rimedio del racconto che dà il titolo alla raccolta

«[…] è un piccolo equivoco senza rimedio, disse, è inutile preoccuparsi tanto. Federico lo guardò allibito con la faccia congestionata, e balbettò: un piccolo equivoco senza rimedio?! Il vecchietto non si scompose, mi scusi, disse, è stato un lapsus, volevo dire un piccolo equivoco senza importanza […]»4

sottolineano l’importanza del caso, di quel κλινάμην greco che attraversa la vita degli uomini e la sconvolge all’improvviso. Così leggiamo nel racconto Any where out of the world:

«Come vanno le cose. E cosa le guida. Un niente. A volte può cominciare con un niente, una frase perduta in questo mondo pieno di frasi e di oggetti e di volti, in una grande città come questa, con le sue piazze, e la metropolitana, e la gente che cammina frettolosa […]».5

E ancora:

«La vita non ha scadenze, non possiede un croupier che alza la mano e sentenzia che i giochi sono fatti, tutto scorre e niente sta fermo, perché evitarsi se ci siamo trovati, se il vero gioco ha voluto così;»6.

Ho avuto la fortuna di conoscere Tabucchi nel marzo del ’92, quando collaboravo al quotidiano Il Tirreno come giornalista, in occasione della presentazione di Requiem7 nella libreria Feltrinelli, a Pisa. Il romanzo era appena stato tradotto in italiano, e ho avuto anche modo di seguire le presentazioni pisane di quasi tutta la sua produzione letteraria successiva.

Proprio in occasione di una presentazione al Teatro Verdi, con il professor Remo Bodei, del suo romanzo Sostiene Pereira8 lo stesso Tabucchi parlò a lungo della «convivenza e dell’osmosi totale tra lo scrittore e il personaggio», che nasce anche dal fatto che «uno scrittore è innanzitutto un ladro delle storie altrui, di cui si nutre, ed è anche un grande ascoltatore»9. In quell’occasione Tabucchi dichiarò anche: “la storia mi serve ma per entrare nel personaggio”.

Citando le parole di Carina Boschi nel saggio Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo nella narrativa di Antonio Tabucchi

«[…] se la vita è un gioco, un sogno di un’ombra […] il testo letterario può farsi in primis occasione di mettere il sogno o la veglia in prospettiva perché risalgano infine gli sfuggenti automati o ombre. Come Borges nei suoi racconti non è esattamente Borges, Antonio Tabucchi non appare nella sua narrativa pienamente quale se stesso, ma le voci a cui affida le vicende narrate ci paiono riproporre sotto forme variegate un’ interrogazione trasversale sulla fabbrica dell’opera letteraria[…]»10

E in Tabucchi il lettore è sempre coinvolto in un gioco di credibilità nel quale i personaggi hanno ovviamente un ruolo importante e ruotano intorno all’io narrante che spesso si fa a sua volta personaggio, come anche nel racconto I treni che vanno a Madras. Prima di proseguire in questa mia analisi, cercherò di ripercorrere i passaggi salienti della trama di questo racconto.

Ci sono nove sequenze narrative: la prima è una sequenza riflessiva, quando si parla di una guida che riguarda il viaggio a Madras, la seconda è descrittivo-narrativa e riguarda le prime ore trascorse sul treno dove il protagonista spiega lo scopo del suo viaggio, la terza è descrittiva e riguarda la dettagliata presentazione del compagno di viaggio del protagonista. La quarta è una sequenza dialogata, dove i due personaggi parlano dell’India, la quinta è nuovamente dialogata e riguarda il controllo dei passaporti da parte di un agente di polizia e l’inganno del compagno di viaggio. La sesta sequenza, anche se il nucleo è una narrazione, è dialogata ed è il momento in cui il compagno racconta una storia del passato al protagonista, la settima è nuovamente una sequenza dialogata ed è la fine del viaggio in treno e l’arrivo a Madras. L’ottava è una sequenza narrativo-descrittiva ed è il momento in cui il protagonista legge il giornale locale, ed infine la nona è una sequenza narrativa con la scoperta di un omicidio.

Il protagonista vuole fare un viaggio a Madras, in India, per recarsi alla Società teosofica. Usufruisce di una piccola e bizzarra guida turistica, in cui si consiglia di viaggiare in treno per poter scoprire la vera India, anziché in aereo, mezzo più comodo e veloce ma sicuramente meno adatto a questo scopo. Dopo che il protagonista si è sistemato nella sua cuccetta e ha mangiato un piccolo spuntino, ad una fermata intermedia sale in treno un uomo che ha riservato l’altro posto del suo scompartimento. Il nuovo arrivato è un europeo, parla un buon inglese con accento tedesco, è sulla sessantina ed è vestito con un completo blu

«[…] abbastanza fuori luogo visto il clima [11

e un cappello elegante. Dopo essersi presentato, ceneranno insieme nel vagone ristorante e il nuovo arrivato parlerà con molta sicurezza e competenza degli usi e dei costumi indiani. Anche se il protagonista del racconto sospetterà che il suo compagno di viaggio mente poiché ha spacciato per sua una frase sui treni in India che coincide con quella della sua guida turistica. Poi vanno a dormire e vengono svegliati da un controllore che accompagna un poliziotto indiano che chiede loro i documenti. Il nuovo arrivato dichiara di chiamarsi Peter Schlemihl, che in realtà è il titolo di un’opera di Chamisso. Il protagonista non obietterà nulla ma, una volta rimasti soli, mostrerà tutta la sua perplessità al compagno di scompartimento. Il sedicente Peter Schlemihl, a questo punto, racconterà di quando ancora giovane in Germania fu visitato insieme a molte altre persone in fila da un medico che sosteneva che sarebbero stati utili per il progresso della scienza tedesca. Quando arrivò il suo turno davanti alla scrivania del medico Peter fu attratto da una statuetta che riproduceva Shiva danzante, che secondo il medico rappresentava il circolo vitale

«[…] nel quale tutte le scorie devono entrare per raggiungere la forma superiore della vita che è la bellezza.»12.

Trascorsi molti anni da quei fatti Peter spiega di attraversare l’India per vedere la statua originale della dea Shiva conservata in un museo proprio a Madras.

Trascorsa la notte i due uomini faranno colazione insieme e si saluteranno all’arrivo a Madras, in perfetto orario. Peter dirà al protagonista che se vuole fargli sapere cosa ne pensa della statua della dea Shiva – che gli ha consigliato di andare a vedere – gli potrà recapitare un messaggio all’American Express. Il protagonista, dopo tre giorni di soggiorno a Madras, mentre aspetta il treno per ripartire, legge su un giornale in lingua inglese la notizia di un omicidio: un uomo, di nazionalità argentina, settantenne, a Madras dal 1958, è stato ucciso con un colpo di pistola al cuore, era un intenditore di arte dravidica. L’unico particolare curioso della notizia, che attira l’attenzione del protagonista, è la fotografia di una statuetta di Shiva danzante. Allora il protagonista deciderà di telefonare all’American Express per lasciare un messaggio al sedicente Peter ma, quando la telefonista gli dirà che non le risulta nessuna persona registrata come Schlemihl ma che può lasciare un messaggio comunque, decide di non farne di nulla.

Per l’analisi di questo racconto di Antonio Tabucchi prenderò in considerazione due categorie, il tempo e il luogo e tre topoi letterari, il viaggio, il doppio/altro da sé e l’essere/apparire. Innanzi tutto il titolo, come sempre nelle opere di Tabucchi, è particolarmente significativo. Infatti il sintagma “I treni” e non “Il treno” indirizza già il lettore verso il concetto di casualità/equivoco, che è alla base della narrativa di Tabucchi. E nella nota introduttiva dello stesso autore alla raccolta Piccoli equivoci senza importanza si legge:

«Malintesi, incertezze, comprensioni tardive, inutili rimpianti, ricordi forse ingannevoli, errori sciocchi e irrimediabili: le cose fuori luogo esercitano su di me un’attrazione irresistibile, quasi fosse una vocazione, una sorta di povera stimmate priva di sublime.».13

I piccoli equivoci del racconto omonimo:

«[…] è un piccolo equivoco senza rimedio, disse, è inutile preoccuparsi tanto.».14

In Rebus si legge:

«La vita è un appuntamento, lo so di dire una banalità, Monsieur, solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove. E allora uno pensa: se avessi detto questo invece di quello, o quello invece di questo, se mi fossi alzato tardi invece che presto, o presto invece che tardi, oggi sarei impercettibilmente differente, e forse tutto il mondo sarebbe impercettibilmente differente.».15

Nel racconto Gli incanti:

«Perché le parole sono le cose, certo certo, non c’era bisogno che me lo ripetesse, avevo capito perfettamente, erano le cose trasformate in puro suono, il loro fantasma, e bisognava fare molta attenzione con le cose di questo mondo, le cose sono suscettibili, d’accordo.».16

Così anche nella nota dell’autore al romanzo Requiem

«[…] non voglio Händel come amico, e non ascolto il mattinale degli arcangeli. Mi basta quel che la strada mi ha portato, senza messaggio, e, come ci operdiamo, si è perduto.»17

e nell’epigrafe a Notte, mare o distanza, pubblicata nel romanzo L’angelo nero

«Là, da dove le cose provengono, ritornano,

pagando l’una all’altra il castigo di essere venute

secondo l’ordine ingiusto del tempo.

ANASSIMANDRO».18

Solo uno dei tanti treni che vanno a Madras sarà quello che ospiterà il protagonista e che gli darà modo di fare un incontro fuori dell’ordinario. Il personaggio che incontrerà mostrerà tutta la sua precarietà già nel nome (Peter Schlemihl), ma anche nel fisico incerto:

«Era un europeo di una grassezza, flaccida, […]».19

Come sottolinea Carina Boschi nel suo saggio Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo nella narrativa di Antonio Tabucchi:

«[…] le sue manifestazioni evolvono […] ampiamente, dalle prime marionette fragili alle Ombre misteriose ma durature, che si seguono nell’azione. […] Ogni persona può essere anche l’ombra di se stessa, sopratutto se è ricordata o sognata o immaginata, e a fortiori ogni personaggio, letterario o più generalmente fittizio non può che essere solo un’ombra.»20.

Altro elemento importante del titolo del racconto che sto analizzando è “vanno” e non “per”, perché il verbo trasmette chiaramente l’idea di un viaggio di sola andata, che non prevede un ritorno. E l’idea del viaggio è già nel titolo, come sottolinea Franco Zangrilli nel suo libro Dietro la maschera della scrittura. Antonio Tabucchi. Scrive infatti Zangrilli:

«[…] il viaggio incorpora parecchie preferenze dell’autore: la quest del sosia o dell’ombra, la trasformazione delle cose e della vita, il tempo che corre con i suoi ritmi immutabili, il cammino verso gli ideali dell’arte che distraggono dalle pene esistenziali.»21.

Infine “Madras”, questa città indiana un po’ al di fuori dei grandi circuiti turistici ci trasmette qualcosa di insolito, inusuale, al di fuori dei soliti schemi, fatto d’altra parte che riscontriamo già nelle prime frasi del racconto, quando si cita una guida turistica “un po’ eccentrica”. E in modo significativo per la fabula Madras viene anche definita dal sedicente Schlemihl la capitale dell’India dravidica:

«“Madras è la capitale dell’India dravidica,” aggiunse, “se non c’è mai stato avrà cose straordinarie da vedere.”»22.

Una serie di indizi guida verso l’inevitabile finale della vicenda narrata, che è anche un “noir” con tanto di twist (ribaltamento) finale.

A partire dalla descrizione dell’aspetto del compagno di viaggio che riporta all’eterno oscillare tra l’apparire e l’essere tipico della poetica pirandelliana:

«C’era una sorta di incompiutezza, nel suo aspetto, qualcosa di dimidiato, ma era difficile dire che cosa: pensai a qualcosa di infermo e di nascosto, come una vergogna.»23.

E’ la “crepa” pirandelliana, il terribile tarlo che rode la coscienza e la maschera della novella Quando si comprende dove il padre che ha perso il figlio in guerra improvvisamente si rende conto di quello che è realmente accaduto al di là di ogni fittizia giustificazione morale:

«… quella manona sformata davanti alla bocca, come assalito improvvisamente dal pensiero dei due denti che gli mancavano.»24.

Per continuare con il bagaglio del compagno di viaggio del protagonista che ha solo una valigetta:

«Come bagaglio aveva soltanto una valigetta ventiquattrore di cuoio nero»25,

non adatta per un viaggiatore ma sufficiente per trasportare una pistola, dalla citazione di Madras come capitale dell’India dravidica che anticipa il finale sul fatto che la vittima, un uomo assassinato a Madras, era un intenditore proprio di arte dravidica («[…] perché la vittima era un intenditore di arte dravidica e la danza di Shiva è il pezzo più noto del museo di Madras, una specie di simbolo.»26),

all’esibizione di un passaporto israeliano con false generalità («Mentre lo esaminava mi accorsi che era un passaporto israeliano. “Mister… Shi…mail?” sillabò faticosamente il poliziotto.»27), fino alla citazione nella confessione notturna di Peter al protagonista di una fila di uomini nudi in attesa di essere visitati da un medico in Germania («“Molti anni fa, in Germania, conobbi un uomo. Era un medico, e doveva visitarmi. Stava seduto dietro una scrivania e io stavo in piedi nudo davanti a lui. Dietro di me c’era una fila di altri uomini nudi che egli doveva visitare.”»28).

Una nota a parte merita la citazione di Thomas Mann (che scrisse una prefazione al Peter Schlemihl di Chamisso) da parte del compagno di viaggio del protagonista («“Lei non può avere questo nome,” dissi, “esiste un solo Peter Schlemihl, è un’invenzione di Chamisso, e lei lo sa perfettamente […] Il mio compagno di viaggio non rispose. Poi mi chiese: “Le piace Thomas Mann?“ […] “Non so se conosce una prefazione al Peter Schlemihl,” disse lui, “è un testo ammirevole.”»29).

Thomas Mann, autore non dimentichiamolo del Doctor Faustus, che pone l’attenzione inequivocabilmente sul tema del doppio dal momento che si ipotizza che il diavolo che compra l’ombra di Peter in realtà non esista ma sia la parte oscura dello stesso Schlemihl.

Il tempo è un presente instabile, insicuro per definizione, dal momento che tutto si svolge in “transito” e il viaggio è anche una fuga. In apertura di racconto Tabucchi cita una guida che consiglia il viaggio in treno per visitare l’India anziché quello in aereo. In aereo, infatti, si vive in un “tempo-non tempo” mentre come recita la guida del protagonista del racconto:

«Con i treni di lunga percorrenza vi sottoporrete al rischio di soste fuori programma e potrete anche arrivare un giorno più tardi del previsto, ma vedrete la vera India.»30.

Il tempo qui si dilata, spesso perde la sua connotazione, caratteristica d’altra parte – come sottolinea Angela Guidotti – del fantastico novecentesco a partire dal Buzzati del Deserto dei Tartari. Nel racconto di Tabucchi ha il valore di un eterno presente “precario” e le vicende sono collocate in un tempo storico indeterminato per l’assenza di marche temporali, eccetto la data del 1958, citata nell’articolo di stampa che il protagonista leggerà sulla morte di un argentino che viveva a Madras:

«La vittima era un cittadino di nazionalità argentina che viveva a Madras dal 1958.»31.

Il viaggio è “perfettamente incongruo”, come d’altronde incongrui sono i percorsi proposti dalla guida per l’India a cui fa riferimento lo stesso Tabucchi nella nota introduttiva al suo romanzo Notturno indiano, di cui questo racconto doveva essere il 4° capitolo. Oltre tutto il protagonista de I treni che Vanno a Madras, esattamente come quello di Notturno indiano, sta andando a Madras a visitare la Società Teosofica («Andare a Madras a visitare la Società Teosofica, per un agnostico, e per di più fare due giorni di treno, era un’impresa che probabilmente sarebbe piaciuta agli strambi autori della mia stramba guida di viaggio.»32).

E proprio quella “notte presente” di Maurice Blancot dell’epigrafe al romanzo Notturno indiano33 («Le persone che dormono male sembrano essere più o meno colpevoli: che cosa fanno? Rendono la notte presente») sembra dominare il racconto I treni che vanno a Madras.

E tutto accade dentro ad uno scompartimento ferroviario, un luogo ed uno spazio limitato e ristretto, dove, proprio durante la notte il sedicente Peter Schlemihl non può non raccontare la sua storia e rendere la sua pena di nuovo presente e tangibile. L’ambientazione ferroviaria nelle opere di Tabucchi è presente solamente in altri due racconti, Gatto dello Cheshire e Vagabondaggio, pubblicati nella raccolta Il gioco del rovescio34, e nel romanzo Requiem («La carrozza era deserta, forse tutto il treno era deserto, dovevo essere l’unico passeggero. […]»35).

Il Peter Schlemihl del racconto di Tabucchi incontra il protagonista/narratore in un ambiente molto più “visivo” di una stazione, che è il caso del romanzo, tra paesaggi di “montagne rosse e scabre”. Questo incontro avviene per lo più in posizione frontale, mentre mangiano nel vagone ristorante un “Tandoori di agnello” (mentre di solito il Tandoori è di pollo), un cibo nobile e sacrificale, adatto alla ritualità indiana, e solo quando sopraggiunge la notte il colloquio tra i due personaggi da formale diventa più confidenziale, con pause, silenzi e allusioni.

Il primo dei topoi letterari, il viaggio, è come leggiamo in Tabucchi e il viaggio illusione e specularità di Anna Dolfi:

«Metafora di ciò che c’è ma che potrebbe anche non esserci o essere diverso. Ecco che l’incontro del protagonista (che spesso nell’opera di Tabucchi è il narratore stesso, come probabilmente in questo racconto) con un altro simile a sé può essere un doppio ma anche il riflesso di un io diviso.»36.

Numerose sono le reiterazioni comuni tra Notturno Indiano e I treni che vanno a Madras, a partire dall’apertura del racconto e del romanzo dove si cita in ambedue i casi una guida eccentrica che fornisce consigli “perfettamente incongrui”. Nel racconto si cita nuovamente la guida a pagina 111:

«[…] “Con l’aereo si fanno viaggi comodi e rapidi, ma si salta la vera India. Certo con i treni che fanno lunghi percorsi c’è il rischio di arrivare anche con un giorno di ritardo; ma se si ha la fortuna di indovinare il treno giusto si può fare un viaggio molto confortevole e arrivare con estrema puntualità. E poi sul treno c’è sempre il piacere di una conversazione che l’aereo non permette.»37

e anche in Notturno Indiano la guida viene citata anche a metà del romanzo:

«[…] Che libri ha letto?>>.

<<Molto pochi>>, risposi, <<ora ne sto leggendo uno che si chiama A travel survival kit, mi risulta di una qualche utilità>>.».38

Come sappiamo da un incontro con gli studenti dello stesso Tabucchi, nella primavera del 1995 a Firenze, alla Facoltà di Magistero, I treni che vanno a Madras, che doveva essere il 4° capitolo di Notturno indiano, è un esempio di testo parallelo nel corpus tabucchiano. Come affermò lo stesso autore “il testo fu espunto da Notturno indiano e sostituito per ragioni di stile, tonalità e misura”.

Infatti la cifra stilistica del romanzo è un “pianissimo”, mentre nel racconto I treni che vanno a Madras c’è molta drammaticità con sfumature alla Henry James. Uno dei molteplici legami che esistono tra questi due testi è il ribaltamento della trama: in Notturno indiano, infatti, il narratore incontra un uomo, un iainista, che va a Benares per morire:

«<<Lei che cosa è?>> chiesi <<la prego di scusare la mia indiscrezione>>.

<<Sono jainista>>, disse.».39

e, subito dopo:

«<<Varanesi è Benares>>, dissi, <<è una città santa, anche lei va in pellegrinaggio?>>. Il mio compagno spense la sigaretta e tossì leggermente. <<Vado a a morire>>, disse, <<mi restano pochi giorni di vita>>.»,40

mentre, al contrario, nel racconto che sto analizzando il protagonista incontra un uomo che va a Madras per uccidere.

Il tema del doppio/altro da sé e dell’essere/apparire si fondono nel momento in cui il compagno di viaggio del protagonista si presenta nella notte al poliziotto indiano come Peter Schlemihl, che in realtà è il titolo di un noto libro del 1814 di Herbert Von Chamisso. Il gioco letterario è non solo intertestuale, ma ipertestuale, dal momento che Schlemihl non appartiene ad un singolo autore, ma ad un’intera tradizione letteraria: E.T.A. Hoffmann e Gautier (E.T.A. Hoffmann – Die abenteuer der Sylvesternacht, 1814-15, Gautier – Onuphrius, 1832 e Avatar, 1857).

Peter Schlemihl vende la sua ombra al diavolo in cambio di un sacco di monete d’oro, ma perderà in una prima fase la sua tranquillità, così come il compagno di viaggio del protagonista del racconto I treni che vanno a Madras nell’incontro con il medico nazista, probabilmente in un campo di sterminio con lui ebreo internato, perderà per sempre la sua serenità.

Il doppio come grande mito della cultura occidentale, che ci riporta a Hoffmann, Poe, Dostevskij, Maupassant e, naturalmente, Stevenson, che in Notturno indiano è insieme al tema del sosia e del riflesso speculare nel capitolo 12, si chiarisce in questo racconto solo alla fine:

«Se avessi indovinato quale era l’ombra che il signor Schlemihl aveva perduto»41.

Nel racconto, insomma, l’omicidio è un estremo rimedio ad una di-midiazione dell’io imposta dalla persecuzione nazista.

Peter dice:

«La vita è un cerchio. C’è un giorno in cui il cerchio si chiude, e noi non sappiamo quale.».42

E il medico nazista molti anni prima in Germania gli aveva detto, riferendosi alla statuetta della dea Shiva sulla sua scrivania:

«[…] “Questa statua rappresenta il circolo vitale, nel quale tutte le scorie devono entrare per raggiungere la forma superiore della vita che è la bellezza. Le auguro che nel ciclo biologico previsto dalla filosofia che concepì questa statua lei possa avere, in un’altra vita, un gradino superiore a quello che le è toccato nella sua vita attuale.”».43

La vita è un anello strano e

«[…] ci riporta ad una riflessione del matematico americano Richard Hofstadter, autore di un trattato sul teorema di Goedel che smentisce la dicotomia logica aristotelico-cartesiana per cui ogni affermazione può essere o solo falsa o solo vera, e sostiene che invece può essere contemporaneamente vera e falsa, un anello strano.».44

«C’erano solo pochi spazi aperti in quel circolo, piccoli vuoti che aspettavano di essere chiusi dall’immaginazione di chi lo guardava.».45

«Credo che essa non rappresenti affatto il circolo vitale. Rappresenta semplicemente la danza della vita.».46

«La vita è un cerchio. C’è un giorno in cui il cerchio si chiude e noi non sappiamo quale.».47

«Che per qualcuno il cerchio si era chiuso?».48

Dopo lo stacco bianco tipografico finale, il racconto si chiude significativamente con l’utilizzo del sintagma “strano caso”. Possiamo sicuramente parlare di uno dei tanti riferimenti letterari di Tabucchi, inserito a buon diritto insieme allo scrittore Michele Mari da Alberto Casadei e Marco Santagata nel Manuale di letteratura italiana contemporanea nello

«ambito del trattamento colto delle forme.».49

Infatti la chiusa del racconto è sicuramente ottocentesca e ci rimanda a Lo strano caso del dottor Jakyll e mister Hyde di Robert Louis Stevenson.


Bibliografia

Bibliografia della critica

Angela Guidotti, Aspetti del fantastico nella narrativa di Antonio Tabucchi, in «Studi novecenteschi», n. 56, dic. 1998.

Paola Alberti, Tabucchi, il suo libro in testa in Italia. La prima volta di Pereira a Pisa, in «Il Tirreno/Cronaca di Pisa», 6 febbraio 1994.

Carina Boschi, Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo nella narrativa di Antonio Tabucchi, in «Chroniques Italiennes», Numéro 11 (1/2007) Série Web.

Franco Zangrilli, Dietro alla maschera della scrittura Antonio Tabucchi, Firenze, Polistampa, 2015.

Anna Dolfi, Tabucchi e il viaggio illusione e specularità. Riflessioni in margine a Notturno indiano, in «Italies», numero 1/97.

Rossana Dedola, Sulle tracce dell’occulto in La valigia delle indie e altri bagagli: racconti di viaggiatori illustri, Milano, Bruno Mondadori, 2006.

Alberto Casadei e Marco Santagata, Manuale di letteratura italiana contemporanea, Bari, Laterza, 2007.

Bibliografia dell’autore

Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio e altri racconti, Milano, Feltrinelli, 1988 (Il Saggiatore, 1981).

Antonio Tabucchi, Donna di porto Pim, Palermo, Sellerio, 1983.

Antonio Tabucchi, Notturno indiano, Palermo, Sellerio, 2001 (Sellerio, 1984).

Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 1985.

Antonio Tabucchi, L’angelo nero, Milano, Feltrinelli, 1991.

Antonio Tabucchi, Requiem, Milano, Feltrinelli, 1992.

Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Milano, Feltrinelli, 1994.

Altro

Luigi Pirandello, Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Milano, Arnoldo Mondadori, 1985.

Note:

1Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 1985.

2Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio e altri racconti, Milano, Feltrinelli, 1988 (Il Saggiatore, 1981).

3Antonio Tabucchi, Donna di porto Pim, Palermo, Sellerio, 1983.

4Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 1985, p.11.

5Ivi, p.71.

6Ivi, p. 80.

7Antonio Tabucchi, Requiem, Milano, Feltrinelli, 1992.

8Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Milano, Feltrinelli, 1994.

9 Paola Alberti, Tabucchi, il suo libro in testa in Italia. La prima volta di Pereira a Pisa, «Il Tirreno/Cronaca di

Pisa», 6 febbraio 1994.

10 Carina Boschi, Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo nella narrativa di Antonio Tabucchi,

«Chroniques Italiennes», Numéro 11 (1/2007) Série Web.

11Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 2013, p.109.

12Ivi, p.113.

13Ivi, p. 7.

14Ivi, p.11.

15Ivi, p.30.

16Ivi, p.48.

17Antonio Tabucchi, Requiem, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 8.

18Antonio Tabucchi, L’angelo nero, Milano, Feltrinelli, 1991.

19Ivi, p.109.

20 Carina Boschi, Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo nella narrativa di Antonio Tabucchi,

«Chroniques Italiennes», Numéro 11 (1/2007) Série Web.

21Franco Zangrilli, Dietro alla maschera della scrittura Antonio Tabucchi, Firenze, Polistampa, 2015, p. 204.

22Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 109.

23Ivi, pp. 110, 111.

24 Luigi Pirandello, Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Milano, Arnoldo Mondadori, 1985, p. 126.

25Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 109.

26Ivi, p. 116.

27Ivi, p. 112.

28Ivi, p. 113.

29Ivi, p. 112.

30Ivi, p. 107.

31Ivi, p. 116.

32Ivi, p. 108.

33Antonio Tabucchi, Notturno indiano, Palermo, Sellerio, 2001 (Sellerio, 1984).

34Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio, Milano, Feltrinelli, 2012 (Feltrinelli, 1998).

35Antonio Tabucchi, Requiem, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 83.

36 Anna Dolfi, Tabucchi e il viaggio illusione e specularità. Riflessioni in margine a Notturno indiano, «Italies»,

numero 1/97.

37Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 111.

38Antonio Tabucchi, Notturno indiano, Palermo, Sellerio, 2001, p. 55.

39 Ivi, p. 40.

40Ivi, p. 42.

41Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 117.

42Ivi, p. 114.

43Ivi, p. 113-114.

44Rossana Dedola, Sulle tracce dell’occulto in La valigia delle indie e altri bagagli: racconti di viaggiatori illustri, Milano, Bruno Mondadori, 2006.

45Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 113.

46Ivi, p. 114.

47Ivi, p. 114.

48Ivi, p. 117.

49 Alberto Casadei e Marco Santagata, Manuale di letteratura italiana contemporanea, Bari, Laterza, 2007, p. 431.

analisi di tre poesie di saba di Paola Alberti

Analisi di tre poesie di Saba – a cura di Paola Alberti

settembre 16th, 2016 Posted by Analisi e saggi critici, Poesie 0 thoughts on “Analisi di tre poesie di Saba – a cura di Paola Alberti”

Analisi di tre poesie di Umberto Saba: Ammonizione, La casa della mia nutrice e Canzonetta

di Paola Alberti

La poesia Ammonizione di Umberto Saba, che apriva Il Canzoniere nell’edizione del 1919 e che, dopo essere stata soppressa nel 1921, fu reinserita nel 1932, rappresenta una sorta di paradigma iniziale di tutta l’opera, come d’altra parte lo sono le prime poesie della raccolta Poesie dell’adolescenza e giovanili (1900-1907).

Leggiamo in Invito alla lettura di Saba1 di Piero Raimondi, con riferimento proprio a queste poesie:

[] secondo il Caccia sono <<un poco la Vita Nuova di Saba>>, hanno quindi un preciso interesse, sul piano sia contenutistico sia formale e – se pure ampiamente sfrondate dal poeta stesso – offrono un valido preludio alla comprensione dell’opera futura.2

Riscontriamo qui un aureo anello, una specie di codice per tutti gli elementi fondamentali del passato dell’autore, che diventeranno importanti nel corso del Canzoniere.

Ammonizione, come anche tutte le poesie dell’adolescenza e giovanili, sta saldamente a testimoniare che la poesia di Umberto Saba intende appoggiarsi sulle solide fondamenta della lirica classica, a partire da Leopardi, che ricopre un ruolo di primo piano nella formazione letteraria da autodidatta del giovane poeta triestino. Non a caso viene scelta da Saba la grande impalcatura del Canzoniere di petrarchesca memoria, con una metrica rigorosa e un utilizzo delle parole solo all’apparenza elementari, ma in realtà emblematiche. C’è in Ammonizione, per dirla con Senardi, un umanesimo del cuore, un topos del guardare.

Il poeta è affacciato alla finestra e guarda una nuvola che prima viene illuminata dalla luce rosata dell’aurora, poi si “spezza” e si “dilegua”, e la paragona alla vita dell’uomo che, inevitabilmente, ha in sé, fin dalla baldanzosa giovinezza, la certezza della morte. Ed è l’ultima strofa a contenere questa amara riflessione, che anticipa quella che sarà la condizione del poeta:

scolorerai, chiudendo

le azzurre luci, un giorno;

mai più vedrai d’intorno

gli amici e il patrio ciel.3

(13-16)

Già il titolo è significativo. Infatti “ammonizione” rimanda ad un autorevole rimprovero che preannuncia una punizione, mentre, ad esempio, la parola “ammonimento” ha il significato di un rimprovero meno grave, più rivolto a prevenire che a punire.

La struttura della poesia è ad anello, si apre nel primo verso con «ciel» e si chiude , nell’ultimo, con la stessa parola «ciel».

Leggiamo nella Storia e cronistoria del Canzoniere:

La dolcezza del vivere è qui congiunta inevitabilmente alla fatalità della morte e Ammonizione appartiene a un’età poco più che infantile eppure vi è già tutto Saba. Quattro strofe, composte di settenari regolarmente rimati (aggiungo: con rima baciata). Gusto per la favoletta e per l’apologo che si affermerà in modo più volontario e cosciente nei componimenti dell’età matura… il motivo della nuvoletta che appare e dispare ritornerà spesso nel Canzoniere, quasi un simbolo della bellezza e della dolcezza di vivere congiunti alla fatalità della morte.

Come sottolinea Fulvio Senardi nel suo saggio Saba:

[…] il settenario di Ammonizione con parola tronca al quarto verso rimanda al Risorgimento di Leopardi – ben consapevole (Saba, n.d.r.) che un sonetto, in posizione di incipit, avrebbe assunto un significato polemico nei confronti del grande poeta recanatese.4

I primi due versi:

Che fai nel ciel sereno

bel nuvolo rosato,5

(1-2)

ricordano chiaramente Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi:

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai,

Silenziosa luna?6

(1-2)

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa []7

(87-88).

D’altra parte, come nota Senardi in Saba, Ammonizione e le poesie dell’adolescenza e giovanili rappresentano anche un «[…] ingresso in grande stile nell’ufficialità della poesia avendo come guida, per uscire dal labirinto delle incertezze sperimentali, il più illustre filo d’oro della tradizione nazionale»8. Anche l’utilizzo di termini come “cangi” e “avel” rimandano al Leopardi di Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi:

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all’orizzonte,

Dileguarsi così quasi non sorta,

E cangiar con gli oscuri

Silenzi della tomba i dì futuri, […]9

(36-40).

Il motivo della nuvoletta torna più volte all’interno del Canzoniere ed è un vero e proprio archetipo, a partire da Lettera ad un amico pianista studente al conservatorio di…, che è la terza poesia del Volume primo:

Così spezzarsi, dileguarsi vede

nube in cielo rosata.10

(39-40).

In Canzonetta 12. Sopra un mio antico tema (che è proprio quello della nuvoletta), che fa parte della raccolta Preludio e canzonette del Volume secondo del Canzoniere:

Di Piazza Grande

nel ciel più grande

c’è là verso la riva,

nuvoletta rosata, che l’estiva

sera prepara.11

(1-5),

e ancora:

Or che non oso

fama e riposo

sperar fuor della morte,

nella mia nuvoletta la mia sorte

amo e rammento.12

(36-40).

Nella poesia La casa della mia nutrice 2, nella raccolta Cuor morituro:

o anima leggera,

dove ti sei posata?

Nuvoletta infuocata

sei, che all’alba scolora 13

(21-24).

Nella lirica Il poeta della raccolta Trieste e una donna:

e con le nubi cangia di colore

la sua felicità,

se non cangia il suo cuore.14

(20-22).

E anche in Nuovi versi alla luna:

La luna si è nascosta fra le nubi

di madreperla

dopo che in me, a vederla,

vecchi fantasmi nacquero e follia.15

(1-4).

Fino alla poesia La solitudine, che chiude Trieste e una donna:

La diversa stagione, il sole e l’ombra,

variano il mondo, che in ridente aspetto

ne conforta, e di sue nubi ci ingombra.16

(1-3).

Le “azzurre luci” riportano a Trieste:

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

(10-12),

e alla terza poesia di Autobiografia, nel Volume secondo:

Mio padre è stato per me «l’assassino»,

fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.

Allora ho visto ch’egli era un bambino,

e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,17

(1-5).

Le ultime due parole della poesia Ammonizione “patrio ciel” si ricollegano al “baldo giovane” del nono verso e vanno contestualizzate negli anni della prima guerra mondiale, in un clima patriottico.

Analizzerò ora La casa della mia nutrice.

La poesia è un sonetto a rima alternata. C’è in tutta la lirica uno “stato di diffusa, in parte beata, in parte angosciata, malinconia” propria dell’età nella quale furono scritte le altre poesie dell’adolescenza e giovanili come sottolinea lo stesso autore in Storia e cronistoria del Canzoniere.

La casa della nutrice, su un colle sopra Trieste, è per il poeta il simbolo dell’infanzia, l’età dell’innocenza e della purezza a cui Saba ritorna con il pensiero, ma soprattutto con il cuore.

Si legge nel saggio L’aureo anello di Lorenzo Polato:

«[…] I ripetuti ritorni all’origine hanno appunto il compito di aggredire il macigno del passato nella misura in cui esso trasforma l’esistenza in colpa, in punizione. […]»18.

Di nuovo qui, come in Ammonizione, c’è il sentore della morte, che già è presente nell’ “età primiera”:

Qui – mi sovviene – nell’età primiera,

del vecchio camposanto fra le croci,

giocavo ignaro sul far della sera.19

(9-11).

Ancora l’angelo custode (in Preghiera all’angelo custode, nella raccolta del Volume secondo Il piccolo Berto) non è andato via, perché intatte sono le innocenti illusioni, che pur hanno in sé un amaro presagio di morte:

A Dio innalzavo l’anima serena;20

(12).

Al centro di questo universo sereno da cui il poeta, suo malgrado, viene strappato per tornare a vivere con la madre nel ghetto di Trieste, c’è la balia, come regina incontrastata e dispensatrice d’amore. A tal proposito leggiamo in Invito alla lettura di Saba di Raimondi:

[…] Saba poeta-bambino […] dà nella sua opera un posto particolare alla sua nutrice, a colei che <<scrisse le prime parole nelle prime pagine della vita di un uomo>>; ed erano le pagine in cui quest’uomo avrebbe letto per tutta la vita; con lei si era aperto alla vita dell’anima, la vera, quella che gli consentiva di vivere in sintonia con il mondo, pur restando se stesso.21.

Anche qui, come in Ammonizione, la struttura è ad anello, il primo verso inizia con “casa” e l’ultimo verso si chiude con “cena”, delineando perfettamente l’universo degli affetti familiari legati all’infanzia del poeta.

La parola “caprette” nel quarto verso rappresenta anche un simbolo giudaico e testimonia, come in molte altre poesie del Canzoniere, l’amore di Saba per gli animali che in lui suscitano il sentimento religioso e che lo accompagnerà dall’adolescenza fino alla vecchiaia.

Nella poesia La casa della mia nutrice 2, nella raccolta Cuor morituro, Saba scrive:

Sulla difficil’erta

alle caprette amica,

stava in faccia all’antica

Cappella, e giù mirava.22

(41-44).

E il nono verso della poesia La casa della mia nutrice:

Qui – mi sovviene – nell’età primiera,23

(9)

rimanda a L’infinito di Leopardi:

[] e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. […]24

(11-13).

C’è una poetica della rimembranza e, come sottolinea Fulvio Senardi nel suo saggio Saba: «[] l’io lirico è su due diversi e contrapposti piani temporali, un presente che vive tendenzialmente di solitaria sofferenza[25.

In Lettera ad un amico pianista studente al conservatorio di…. :

Pace a tua madre giù nel cimitero.

Quasi a trarne conforto

a lei va reverente il mio pensiero;

poi tosto a te lo porto;26,

in Sonetto di primavera:

e ripenso a un’età già tramontata,

a un amor che mi strugge, all’avvenire.27

(10-11)

e nella lirica successiva Da un colle:

Era d’ottobre; l’ora vespertina

di pace empiva e di dolcezza il cuore.28

(1-2).

La rima “serena/cena”, nella poesia La casa della mia nutrice, allude ad una perfetta domestica felicità:

A Dio innalzavo l’anima serena;

e della casa un suon di care voci

mi giungeva, e l’odore della cena.29

(12-14).

E’ chiaro con “la vista del mar dilettosa” del settimo verso il riferimento dantesco al “dilettoso monte” del primo canto dell’Inferno:

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?30

(77-78).

Si tratta del primo riferimento dantesco nel Canzoniere di Saba.

Senardi sottolinea anche «l’altalenante movimento psicologico tra isolamento e partecipazione che è caratteristica saliente della psicologia di Saba»31.

La poesia è, infatti, dedicata alla balia dell’autore, figura preponderante dal punto di vista affettivo e psicologico nel mondo del poeta triestino. La balia compare con nomi diversi nelle poesie del Canzoniere e corrisponde alla slovena Gioseffa Gabravic, detta Peppa, moglie di Ermenegildo Schobar, che Saba chiama il “dolce balio”.

Come sottolinea Piero Raimondi in Invito alla lettura di Saba, la figura della Peppa assume un valore mitico, emblematico, di ritorno all’infanzia.

La balia vive in una casa in collina, poco sopra Trieste, e per i primi tre anni della sua vita Umberto Saba sta con lei, che è cattolica. Solo successivamente la madre, che è ebrea e che vive in una casa del ghetto nel centro storico, rivuole con sé il piccolo Umberto e gli dà una rigida educazione.

Il motivo della balia presente in questa poesia sarà molto frequente anche nelle liriche future dell’autore triestino. Nella poesia Ninna Nanna della raccolta Il Piccolo Berto (1929-1931) la balia viene chiamata madre:

è lei tua madre e tu il suo figlio vero,

cui prende e giura amorosa costanza.32

(55-56),

e nella poesia Il figlio della Peppa:

Da una madre amorosa a lei rubato,

dopo tre anni, all’improvviso. []33

(18-19).

Mi occuperò, infine, della poesia Canzonetta.

Canzonetta nella metrica della lingua italiana è un componimento lirico che nasce come semplice variante della canzone, della quale ripete lo schema metrico, servendosi di versi settenari o ottonari. Per la sua musicalità ha molta fortuna nel periodo dell’Arcadia e rimanda direttamente al Metastasio.

D’altra parte il poeta triestino rifiuta sempre fortemente il rapporto con la poesia del “canterino Metastasio”, casomai lo stesso Saba allude ad un raffronto con le liriche del Parini, una delle sue amate letture adolescenziali.

Leggiamo infatti in Prose34 di Umberto Saba:

Le canzonette di Saba come, per dare un esempio, un valzer di Chopin o una gavotta di Bach al valzer e alle gavotte al suono delle quali le coppie danzavano. Eppure, per occulte vie, una parentela, in qualche modo, esiste; le une hanno fornito alle altre – come la figura di Chiaretta – lo stimolo e il punto di avvio.

In Canzonetta Saba cantando e utilizzando, quindi, uno schema volutamente tradizionale e popolare si racconta e la poesia è in settenari con rima baciata centrale.

Il ritmo della Canzonetta è sottolineato anche dall’utilizzo dell’epanalessi nel verso 5:

Era il vespro, era nel mare35

(5),

nei versi di apertura:

Ero solo in riva al mare,

all’azzurro mar natio,36

(1-2),

e dalla ripetizione del pronome “te”, come a voler rafforzare la figura di Chiaretta al contempo vicina nel ricordo e lontana nel presente:

e pensavo te amor mio,

te lontano a villeggiar.37

(3-4).

E in Canzonetta, come in tutte le altre Canzonette di Saba, come scrive Raimondi «[…] anche attraverso la veste metrica» il poeta riflette sul «[…] malinconico incanto di una vicenda amorosa, affidata ormai solo alla memoria, […]»38.

Ritorna qui, nel secondo verso di Canzonetta, il colore azzurro

all’azzurro mar natio,

(2),

che ha una concentrazione maggiore nelle poesie adolescenziali e giovanili, rispetto alle altre raccolte del Canzoniere.

Il colore azzurro è molto ricorrente nella poesia di Saba: è il colore dell’occhio sereno dell’infanzia e dell’adolescenza, della libertà, dei sogni di fuga per mare e del cielo.

Si allude in Canzonetta all’amore dell’autore per la commessa di libreria Giulia Morpurgo, chiamata dal poeta Chiaretta, presente in dodici delle tredici liriche dell’Amorosa spina, nel Volume primo, e nella raccolta Preludio e canzonette del Volume secondo.

Così la presenta in Cronistoria del Canzoniere lo stesso poeta:

«[] Chiaretta è dopo Lina la figura femminile più rilevante del Canzoniere. Il poeta le ha dedicato L’amorosa spina, buona parte delle Canzonette; l’eco della sua grazia si prolunga anche al di là delle Canzonette e di Fanciulle. […]».

Scrive Piero Raimondi in Invito alla lettura di Saba: «[…] se Paolina era il sogno magico, Chiaretta è la passione: […]»39.

Chiaretta lavora nella libreria antiquaria di Saba dal settembre 1920 al settembre del 1921 e quando viene scritta Canzonetta ha 17 anni. A dirci che a ispirare Canzonetta è proprio Chiara, è lo stesso poeta nella raccolta successiva Preludio e canzonette (1922-1923), in Canzonetta 12. Sopra un mio antico tema:

Sono per lei

quei versi miei

che feci or son vent’anni,40

(16-18).

Un’altra delle donne di Saba, oltre alla moglie Lina e a Chiaretta, è la commessa di libreria Paolina dagli occhi di sogno a cui dedica l’omonima poesia della raccolta Cose leggere e vaganti:

<<Il suo nome – chiedevo – signorina?>>;

e tu alzando su me gli occhi di sogno

rispondevi: <<Paolina>>41.

(7-9).

Di Paolina leggiamo in Invito alla lettura di Saba di Piero Raimondi:

«[…] Paolina, la <<dolce Paolina>> vive in una sua fresca, seppure ingenuamente maliziosa, grazia, in una tenera sensualità, che si esprime in gesti, attimi, scherzi, una figura a guazzo, ad acquarello, a cui la delicata fluidità del verso dà un fascino sottile e maliziosamente leggero. E’ un <<amore che ha durato un mese / e vero amore fu>> (L’addio). […]»42.

In Canzonetta Saba, solo di fronte al mare, pensa alla donna che in quel momento ama e che è lontana, in villeggiatura:

Ero solo in riva al mare,

all’azzurro mar natio,

e pensavo te amor mio,

te lontano a villeggiar.43

(1-4).

Anche qui, come ben evidenzia Piero Raimondi in Invito alla lettura di Saba a proposito delle dodici canzonette, «[…] predominano l’imperfetto e il passato remoto, i tempi del ricordo e del passato, non senza sfumature nostalgiche.»44.

E’ quindi particolarmente adatto l’utilizzo della “veste musicale”.

Leggiamo in Chiaretta in villeggiatura, la sesta canzonetta di Preludio e canzonette:

Assai, bella Chiaretta, assai godere

si può con gli occhi; ma più dolce è avere

chi s’ama, solo a solo.

(25-27).

E’ sera, il sole presto lascia spazio alla luna:

Di tra i monti in ciel lo spicchio

della bianca luna nacque;45

(9-10),

e il poeta dedica al suo amore lontano una canzonetta.

Infine va sottolineato il fatto che, come scrive Raimondi, Paolina e Chiaretta tra le fanciulle a cui Saba chiede comprensione e simpatia, hanno un ruolo di primo piano:

[…] con una precisa individualità, legata a particolari semplici ma concreti; ma accanto a loro, altre fanciulle vivono nella poesia di Saba; colte sempre nella loro fresca adolescenza, trascorrono per le pagine del Canzoniere come in una danza limpida e festosa, immerse in una grazia di pur caduca leggerezza. […]46.

Oltre a Giulia Morpurgo e a Paolina altre due sono state le commesse della libreria antiquaria di Saba, le sorelle Margherita e Malvina Frankel, che si uccisero ingerendo fiale di acido fenico nell’aprile e nel giugno del 1922, figlie di Elena Fano, cugina di Lina, la moglie del poeta.

Chiaretta, comunque, come commessa della libreria antiquaria di Saba rimane la più ricordata per la sua personalità e per la sua eleganza. Virgilio Giotti, autore di Piccolo Canzoniere in dialetto triestino (Firenze, Gonnelli editore, 1914) le dedica qualche verso irriverente e affettuoso e la chiama “siora spuzetta”.


Bibliografia

Bibliografia della critica:

– Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990 (1974).

– Bruno Maier, Umberto Saba. Poesia e teatro, Modena, Mucchi, 1991.

– Lorenzo Polato, L’aureo anello. Saggi sull’opera poetica di Umberto Saba, Milano, F. Angeli, 1994.

– Fulvio Senardi, Saba, Bologna, Il Mulino, 2012.

Bibliografia dell’autore:

– Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, introduzione di Mario Lavagetto, Milano, Mondadori («I Meridiani»), 2011.

– Umberto Saba, Tutte le prose,a cura di Arrigo Stara, con un saggio introduttivo di Mario Lavagetto, Milano, Mondadori (<<I Meridiani>>), 2002.

Altro:

– Dante Alighieri, La divina commedia, Milano, Bur, 2010.

– Giacomo Leopardi, Canti operette morali, Milano, Fabbri, 1973 (1968).

– Virgilio Giotti, Piccolo Canzoniere, Firenze, Gonnelli, 1914.


Note:

1Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990.

2Ivi, p. 39.

3 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 17.

4 Fulvio Senardi, Saba, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 53.

5 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 17.

6 Giacomo Leopardi, Canti operette morali, Milano, Fabbri, 1973, p. 103.

7 Ivi, p. 106.

8 Fulvio Senardi, Saba, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 53-54.

9 Giacomo Leopardi, Canti operette morali, Milano, Fabbri, 1973, p. 127.

10 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 20.

11 Ivi, p. 249.

12 Ivi, p. 250.

13 Ivi, p. 315.

14 Ivi, p. 105.

15 Ivi, p. 111.

16 Ivi, p. 143.

17 Ivi, p. 257.

18 Lorenzo Polato, L’aureo anello. Saggi sull’opera poetica di Umberto Saba, Milano, F. Angeli, 1994, p. 35.

19 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 18.

20 Ibid.

21 Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990, p. 129.

22 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 316.

23 Ivi, p.18.

24 Giacomo Leopardi, Canti operette morali, Milano, Fabbri, 1973, p. 66.

25 Fulvio Senardi, Saba, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 55.

26 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 20.

27 Ivi, p.23.

28 Ivi, p.24.

29 Ivi, p.18.

30 Dante Alighieri, La divina commedia, Milano, Bur, 2010, p. 51.

31 Fulvio Senardi, Saba, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 56.

32 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 414.

33 Ivi, p. 419.

34 Umberto Saba, Tutte le prose, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2002.

35 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p. 22.

36 Ibid.

37 Ibid.

38 Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990, p. 58.

39 Ivi, p. 55.

40 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p.249.

41 Ivi, p.194.

42 Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990, p. 53.

43 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Milano, Mondadori, 2011, p.22.

44 Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990, pp. 56-57.

45 Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, con un saggio introduttivo di Mario Lavagetto, Milano,

Mondadori, 2011, p.22.

46 Piero Raimondi, Invito alla lettura di Saba, Milano, Mursia, 1990, p. 125.